Archivi tag: usa

Ankara in Eurasia, tra economia ed energia


Finita l’era di contenimento della politica estera turca imposta dalla Guerra Fredda, e frustrata dalla mancata adesione all’Unione Europea, Ankara decide di concentrare i suoi sforzi nell’area lanciando il progetto “Via della seta per il XXI secolo” . La politica estera turca abbandonò la precedente dottrina basata sull’imperativo “security first”, per una più conciliante ed aperta al compromesso, riassumibile in “pace attraverso il commercio”.
In tale contesto nacque, nel 1994, un gruppo informale detto dei “Sei” a cui aderirono Turchia, Azerbaidjan Kazakhstan, Kirghizistan, Ouzbekistan e Turkmenistan. Si venne a creare, quindi, un asse est-ovest che ad alcuni sembrò ripercorrere gli interessi delle compagnie petrolifere anglosassoni, “quasi a segnare geograficamente la propagazione dell’influenza occidentale nel cuore dello spazio post-comunista” . L’obiettivo turco sembrò essere quello di “lasciare i panni” di elemento marginale nell’economia occidentale, per prendere quelli di snodo geo-economico, tratto di unione fra est ed ovest. Sempre in tale cornice, sembrò poi poter essere inserita l’operazione di rianimazione dell’Organizzazione di cooperazione economica (Eco) compiuta da Turchia, Iran e Pakistan con l’introduzione dei paesi dell’Asia centrale, ivi compresi Afganistan e Azerbaidjan .
Nel presentarsi come Stato modello, la Turchia si propose come fornitore di crediti agevolati, investitore nei settori produttivi, adviser per le burocrazie statali e finanziarie, così da dare linfa ad un Commonwealth turcofono, basato su di una moneta unica comune il “dinar islamico”. Nel 1997 le linee di credito concesse all’Eurasia sfiorarono il miliardo di dollari, centinaia di joint-venture fiorirono soprattutto nei settori edilizio, commerciale e turistico dando spessore all’interventismo turco. Nonostante ciò, l’utopia panturchista di Turgut Ozal non prenderà mai corpo per molteplici motivi. In primis, quello che molti  fanno notare è il “lirismo” di tale politica estera, sviluppatasi sotto pressione americana, priva di solidità finanziaria e convinta della totale marginalità di Mosca. In secondo luogo, oltre ai limiti oggettivi dell’economia turca, dettati dalla sua dimensione e dal suo debito estero pari a 80 miliardi di dollari nel 1997, bisogna aggiungere che tra il 1994 ed il 1995 questa venne scossa da una crisi economica e da un’inflazione a tre cifre, con conseguente perdita di appeal di Ankara ed una diminuzione costante dei suoi flussi di capitale verso l’area (nella seconda metà dei ’90 chiudono 200 joint-venture nel solo Azerbaidjan) . Inoltre, tra il 1993 ed il 1994, tutti gli Stati turcofoni (escluso il Kirghizistan) scoprirono il facile e lucrativo business petrolifero, quando Chevron e Kazakhoijl e Bp/Amocco e Socar (azera) firmano super-contratti per l’esportazione di “oro nero”; da quel momento, gli Stati Uniti diventarono primi attori nella regione, con l’intento di soffocare qualsiasi tentativo russo di riacquistare potere nell’area e di limitarne l’accesso alle riserve petrolifere e di gas. Ankara, che si presentava quale emissaria di Washington, perse allora anche questo strumento di pressione politica. Ulteriore motivo del declino dell’influenza turca risiedette nel suo essere percepita come troppo ingombrante, fratello maggiore che ricompare dopo decenni e che si vuole subito sostituire a Mosca come attore egemone. In un contesto come quello, i nuovi Stati appena indipendenti difendevano gelosamente la loro sovranità, sia per godere della propria indipendenza, sia anche perché le classi dirigenti locali, con una concezione patrimoniale dello Stato dove la corruzione era molto diffusa, temevano una limitazione ai loro affari d parte turca . Infine, l’area soffriva di una certa instabilità con Azerbaidjan e Armenia in guerra sino al 1994, conflitto nel quale alcuni sostengono potesse partecipare la Turchia in difesa di Baku a discapito di Mosca ma, dove “l’intervento di Ankara fu evitato in extremis dal maresciallo Chapochikov, comandante in capo delle forze armate Cei, che evocò una possibile dissuasione nucleare avvertendo che sarebbe potuta scoppiare una Terza Guerra mondiale. Questa è stata sicuramente la prova più dura che le relazioni turco-russe abbiano mai fronteggiato” . Altri invece sostengono che l’appoggio di Ankara fosse solo propagandistico . Rimase il fatto che bisognò aspettare sino al 19 settembre 2010 per assistere alla riconciliazione fra Armenia e Turchia, quando vennero firmati due protocolli: il primo per lo scambio di diplomatici fra i due paesi, il secondo per l’apertura dei reciproci confini .
Sul versante energetico, invece, la Turchia ottenne migliori risultati, entrando nei favori sia di Mosca che di Washington.
Da parte russa venne premiata la fine dell’appoggio di Ankara al separatismo ceceno  (sancita ufficialmente dalle dichiarazioni del presidente Demirel che condannò il terrorismo legandolo alla questione cecena, presentata come fattore di instabilità per l’intera regione ) con la promessa di fornire gas per 20 miliardi di dollari in vent’anni, grazie alla realizzazione di un gasdotto sottomarino nel Mar Nero, il Blue Stream . Tale progetto, che coinvolse attivamente anche l’Eni come società costruttrice, iniziò ad essere realizzato dal 1997 e avrebbe potuto essere in funzione già nel 2003, ma le trattative fra Turchia e Russia sul prezzo della materia prima ne ritardano l’inaugurazione al 2005 . Tali accordi, inseriti nella cornice di quelli take or pay (clausola inclusa nei contratti di acquisto di gas naturale, in base alla quale l’acquirente è tenuto a corrispondere comunque, interamente o parzialmente, il prezzo di una quantità minima di gas prevista dal contratto, anche nell’eventualità che non ritiri tale gas) fanno della Russia il maggior fornitore di gas della Turchia, con un approvvigionamento annuo per 30 km ³. Oltre al gas Mosca è disponibile a fornire petrolio; questo dovrebbe fluire, sempre passando per il Mar Nero, attraverso l’oleodotto Samsun-Ceyhan (SCP, anche: Trans Anatolian Pipeline) – pensato per baypassare il Bosforo  dove Ankara vuole limitare il traffico- che dovrebbe pompare dal 2012 da un milione ad un milione e quattrocentomila barili al giorno, progetto nel quale ritroviamo l’Eni. La Russia, che già negli anni ’90 vedeva figurare la Turchia fra i suoi primi cinque partner commerciali, ha visto crescere sempre più l’interscambio con Ankara, che nel 2008 toccava la cifra record di 36 miliardi di dollari, spesi soprattutto per l’acquisto di idrocarburi ed oggi, sembra voler espandere i propri servizi energetici alla costruzione di centrali nucleari in suolo turco .
Da parte americana, invece, si delineò, dal 1995, l’ipotesi di un oleodotto passante per Azerbaidjan, Georgia e Turchia, così da rendere marginale quello russo Baku-Novorossijsk. L’oleodotto Baku–Tiblisi–Ceyhan (BTC), inizialmente concepito per passare sul suolo armeno (opzione politicamente impossibile vista la guerra fra Azerbaidjan ed Armenia) invece che georgiano (ed essere quindi più economico) ha conosciuto nel 1998 l’opposizione di parti dell’establishment americano, visti gli incrementi di costi che le compagnie Usa avevano conosciuto nell’oleodotto Baku-Supsa (+ 200 mln di dollari) ed il ribasso dei prezzi del petrolio caspico, crollato in quel periodo da 20 a 10 dollari al barile . A queste titubanze, che avevano prodotto nuovi progetti di oleodotto da Supsa a Burgas dove Ankara sarebbe scomparsa, la Turchia risponse emendando unilateralmente la convenzione di Montreux, e quindi modificando il traffico di petroliere per i suoi stretti adducendo motivazioni di carattere ambientale. La costruzione del BTC partì infine nel 2002 per concludersi nel 2005, raggiungendo la capacità di trasporto di circa un milione di barili al giorno. Alcuni fanno notare che gli Usa abbiano optato per il progetto BTC in segno di riconoscenza ad Ankara, che nella guerra del Golfo del 1990-1991 si era dimostrata un valido alleato e che a conseguenza dell’embargo imposto all’Iraq, aveva dovuto chiudere l’oleodotto Kirkuk-Yumurtalik ed aveva conosciuto un forte calo di transito nel porto di Ceyhan . Da questi primi accordi, Ankara pose le basi per trasformarsi in un hub energetico, ponte di collegamento fra oriente ed occidente anche sul piano fondamentale dell’energia.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Turchia

Similitudini fra le crisi economiche del 1929-2008, versante finanziario

Versante finanziario
Il motivo che mi ha spinto ad una comparazione fra la Grande Depressione del 1929 e l’attuale crisi economica, risiede nel fatto che numerose caratteristiche le accomunano, nonostante le grandi trasformazioni che il mondo ha conosciuto negli ultimi ottant’anni.
In una prima analisi si possono elencare alcune evidenti similitudini riscontrabili nel settore finanziario; in primis, è riscontrabile lo stesso clima euforico, che si respirava negli ambienti finanziari nei periodi appena antecedenti le crisi: prima del crollo del 29’ la finanza Usa aveva conosciuto un forte boom, nell’immobiliare conclusosi nel 1925 e nella impressionante crescita dell’indice azionario di Wall Street, che nel tre settembre 1929, toccò il picco del Dow Jones di 381,1725.
Per quanto riguarda la situazione odierna invece, l’esuberanza del settore finanziario americano, ma anche mondiale, è evidente dal 1994, con una caduta nel 2001, ma sarà nel 2007, il nove settembre, quando il Dow Jones raggiungerà l’indice massimo di 14164,53, che si toccherà con mano l’apice americano.
Anche in questa crisi, la bolla immobiliare, finanziata e rifinanziata ampiamente, ha avuto conseguenze dirompenti: infatti, proprio come nel 1929, le autorità monetarie furono totalmente neutrali nei confronti delle valutazioni degli asset26, sia immobiliari che azionari, ponendo la loro attenzione esclusivamente all’inflazione dei prezzi al consumo.
Proprio come negli anni 20’ quindi abbiamo elevatissimi rialzi nei prezzi degli asset, accompagnati da un’inflazione contenuta, che ha comportato un fortissimo indebitamento delle famiglie statunitensi sia per l’acquisto di immobili, che sembravano essere alla portata di tutti, poiché con prezzi in continua crescita chiunque aveva la tentazione di indebitarsi scommettendo sui ricavi futuri frutto della vendita dell’immobile a prezzo maggiorato, ma anche per beni non durevoli quali i servizi essenziali come istruzione e sanità.
Altra importante similitudine, è una prorompente innovatività del settore finanziario, riscontrabile in entrambi i periodi; negli anni Venti furono inventati gli investment trusts e si conobbero grandi flussi speculativi, grazie al finanziamento degli acquisti in borsa con grandi capitali a margini temporali molto contenuti.
Gli intermediari finanziari erano molto aggressivi sul mercato, infatti, offrivano finanziamenti a basso costo anche per impieghi ad alto rischio, questo perché ad avviso di Rosselli27: “L’esperienza americana della banca mista, era stata, specialmente negli anni Venti, quella di un ordinamento bancario despecializzato quanto a durata del credito, a intermediazione in titoli di rendita e di partecipazione, a interessenza, in imprese non bancarie: le grandi banche costituivano veri e propri grandi magazzini della finanza”.
Stessa estensione del credito ed assunzione di rischi non gestibili, è riscontrabile nella finanza di inizio millennio, con operatori finanziari spinti alla competitività da un quadro di progressiva deregolamentazione, oltre all’esistenza di comparti operanti in assenza di controlli efficaci e di un enorme indebitamento del settore famiglie, come illustratoci da White28, nella sua analisi del debito delle famiglie americane fra il 1980 ed il 2005.
In questo studio è presentata una situazione dove il rapporto fra credito revolving e la mediana del reddito passò dal 3,2% al 13% mentre il debito ipotecario dal 57% al 156%, con la conseguenza di un annullamento della propensione al risparmio, e quindi l’imposizione al tesoro americano di una politica del tasso d’interesse il più basso possibile29, poiché ad ogni aumento dello stesso il reddito disponibile si sarebbe fortemente ridotto.
A ciò si aggiunga inoltre, il dramma delle sempre più frequenti bancarotte dei singoli, che negli Usa è passata dai 288000 casi del 1980, ai due milioni del 2005, per scendere ai 850912 fallimenti personali nel 200730.
Ulteriore somiglianza finanziaria fra il 1929 ed il 2008 è, sia il forte calo degli indici di borsa statunitense, -89,19% l’otto luglio del 1932, -42,28% il 27 agosto 2008, sia la loro grande volatilità, +14,87% il sei settembre 1931, +12,34% il 30 settembre del 1929, mentre il tredici ed il ventotto settembre 2008, vedono registrare impennate storiche, nel primo di +11,08% ossia il quinto rialzo maggiore nella storia borsistica americana, nel secondo del +10,88%, il sesto maggior rialzo.
Un ulteriore parallelismo storico-finanziario, potrebbe venire osservando il caso dell’Inghilterra degli anni Venti e degli Usa nel 2008, dove entrambi i paesi presentano un fortissimo disavanzo con l’estero.
La Gran Bretagna soprattutto con gli Usa, grazie a politiche deflazionistiche nel tentativo di mantenere un’egemonia finanziaria secolare31.
Gli Usa seguendo le orme britanniche, con il loro “impero a credito”32, dove, inserendosi nel solco del pensiero dell’ex presidente Reagan, citato da Dick Cheney: “Reagan ha provato che i deficit non contano”33, l’amministrazione Bush si è totalmente disinteressata dell’enorme debito pubblico americano (2676 miliardi di dollari a luglio 2008 per il debito estero, 400 miliardi di dollari di debito pubblico), soprattutto del debito estero (vd. Tabella seguente), a mio modesto avviso, per scacciare i segni di una recessione incombente già nei primi anni del millennio, dove l’economia americana era stata colpita dalla bolla speculativa di Internet passata alla storia con il nome di dot.com, ma anche per mantenere l’egemonia mondiale sui settori sia economici-finanziari sia in quelli militari.
La crescita economica infatti è stata alimentata dall’afflusso di risorse esterne come merci, capitali ed energia, a sostegno della domanda interna34, così da raggiungere il triplice scopo di avvantaggiare i consumatori esterni, limitare la pressione fiscale ed accollare ai creditori esteri una quota decisiva della spesa pubblica, con particolare riferimento ai bilanci del Pentagono.
L’interdipendenza fra Stati Uniti e Cina, con un mercato commerciale di oltre 300 miliardi di dollari nel quale i cinesi sono produttori di prima ed ultima istanza e gli americani i grandi consumatori, ha generato riserve per lo stato cinese di 1800 miliardi di dollari di cui 500 investiti in titoli del tesoro americano, diventa lampante con la nazionalizzazione, da parte dell’amministrazione ultraliberista Bush, di giganti del mutuo ipotecario come Fannie Mae e Freddie Mac, la cui gran parte dei titoli era in mano straniera, specie cinese. Bush arrivò ad assicurare telefonicamente Hu Jintao, così come i suoi diplomatici lo imitarono in tutto il mondo, e come ci fa notare l’ex segretario del Tesoro Usa Lawrence Summers35: “Le superpotenze normalmente non chiedono ai propri diplomatici di rassicurare altre nazioni su questioni di credibilità finanziaria”.

Principali detentori di titoli del debito estero Usa in miliardi di dollari, a luglio 2008.

( fonte: Us Department of Treausury / Fedral Reserve Board)

Giappone    593,4
Cina    518,7
Regno Unito    290,8
Paesi esportatori di petrolio*    173,9
Brasile    148,4
Centri bancari Caraibici**    133,5
Lussemburgo    75,8
Russia    74,1
Hong Kong    60,06
Svizzera    45,1
Taiwan    42,3
Norvegia    41,8
Germania    41,1
Messico    36
Corea del Sud    35,3
Turchia    32,4
Tailandia    31,8
Singapore    31,4
Canada    26,6

*Ecuador, Venezuela, Indonesia, Bahrein, Iran, Iraq, Kuwait, Oman Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Algeria, Gabon, Libia, Nigeria.
**Bahamas, Bermuda, Isole Cayman, Antille olandesi, Panamà

2 commenti

Archiviato in Economia

Economia e mitologia greca: il peccato di Hubris

Una delle descrizioni più calzanti del clima economico culturale che ha prevalso negli Stati Uniti ed in molti paesi cosiddetti avanzati, e che può essere indicato, a mio avviso, come il fattore generante dell’attuale crisi, è quella proposta dal filosofo politico P. Manent, che rimanda al tema classico del peccato di hubris.
In una recente intervista75 questi ha affermato: “Quanto alla questione propriamente finanziaria, senza entrare nel dettaglio tecnico, si è trattato di un crac psicolpolitico, “ubristico”. […] Gli americani, in altre parole, sono stati vittima del sentimento inebriante di una ricchezza che cresceva in continuazione, ma solo sulla carta certo; hanno poi adottato tutte le formule più inverosimili per continuare a trarre profitto da una ricchezza aritmetica. Viene sempre il momento in cui questa sorta di ebbrezza deve essere moderata”.
Tale clima euforico aleggiante sui mercati, traeva le sue origini da due fattori: il primo è che le élite, sia politiche sia economiche, avevano riscoperto sin dagli anni 70’ le teorie classiche pre-Keynesiane (neoliberiste); in secondo luogo, anche se con molte criticità, il nuovo ordine economico mondiale, scaturito dall’uscita del dollaro dal “Gold Exchange Standard”, stava producendo livelli di ricchezza inauditi, inducendo i più a ritenerlo perfettamente funzionante76.
Le concezioni neoliberiste si sono basate, in primis, sulla concezione dell’uomo come essere estremamente razionale che si relaziona con altri uomini, sempre razionali, definito ironicamente da R. Lucas, premio Nobel per l’economia nel 1995, un sistema di “robot interattivi”77; ancora, il mercato viene visto come lo spazio di interazione fra gli individui, dove un gran numero di rapporti sociali, sino al matrimonio, vengono poste come dei sistemi di scambio, reciprocamente vantaggiosi.
Il grande vantaggio di questa teoria, e forse anche il suo punto più critico, risiede nella sua capacità di descrivere in modelli, attraverso formule matematiche, sia la razionalità sia le interazioni degli individui, come dimostrato da Robert C. Merton e Myron Scholes.
Negli Stati Uniti, le suddette indicazioni teoriche si sono trasformate in prodotti finanziari, i cosiddetti “derivati”, che nel 2007 arrivavano ad un valore sul mercato di 516.000 miliardi di dollari78, cioè trentacinque volte il prodotto interno lordo dell’economia statunitense.
In questo contesto venivano disegnate formule finanziarie e percorsi di investimento, dove il rischio scompare, grazie alla comprensione del meccanismo delle scelte razionali unito al trattamento statistico dei rischi.
I due autori, nel 1997 freschi di Nobel, vennero nominati nel consiglio di amministrazione di LCTM, una nota società finanziaria che fallì clamorosamente durante la crisi del 1997-1998 – forse un ammonimento –  e tuttavia la “formula Merton”, così come il “modello Black-Scholes”, divennero il pane quotidiano per gli operatori finanziari per oltre dieci anni.
Attraverso complessi calcoli si prevedevano le variazioni di prezzo dei titoli in relazione: al prezzo iniziale, al tempo, al tasso d’interesse ed alla volatilità; nei casi più estremi si poteva costruire un titolo “perfetto”, immune dalla volatilità dei mercati. Di fatto, però, questo tipo di titoli può funzionare efficientemente79 solo in presenza di alcune condizioni essenziali: un numero molto elevato di transazioni, un’esatta valutazione dei rischi ed un rapido passaggio di tali titoli da un operatore all’altro. Perché l’ultima condizione avvenga, però, è necessario che i rischi siano rappresentati da titoli negoziabili, quindi cartolarizzati.
Con quest’ultimo termine, si definiscono quelle tecniche finanziarie che utilizzano i flussi di cassa generati da un portafogli d’attività sempre finanziarie. Sono emissioni obbligazionarie con regolare pagamento di cedole e rimborso di capitale a scadenza; ne esistono di diversi tipi, in base ai sottostanti, che ne garantiscono il debito.
Le ABS (Asset Backed Securities) sono emesse per cartolarizzazione di crediti presenti o futuri. La cartolarizzazione di uno stesso emittente, può essere suddivisa in varie tranche, che in base al rischio in esse incorporato, possono godere di differenti rating (dagli “AAA” fino agli speculativi “BB”).
Alcune società, dette veicolo (conduit), acquistano pacchetti di mutui ipotecari residenziali o commerciali, prestiti obbligazionari e bancari, crediti di carte di credito etc., ed emettono bond; queste operazioni ad hoc, sono poste fuori bilancio dalle stesse banche che originano i crediti.
Anche i “veicoli” presentano diverse tipologie, a seconda del titolo di debito emesso come garanzia collaterale: i CDO (Collateralized Debt Obligation) possono avere un portafogli di attività, diversificato e dinamico; i due principali sotto-tipologie dei CDO sono i CBO (Collateralized Bond Obligation) con obbligazioni a garanzia ed i CLO (Collatralized Loan Obligation), dove la garanzia è rappresentata da prestiti bancari.
Questi strumenti, frutto dell’innovazione finanziaria, conobbero le prime critiche nel 2003, in primis, da parte del finanziere W. Buffett, che li definì nella annuale lettera agli azionisti: “bombe ad orologeria”, “armi finanziarie di distruzione di massa, concepite da persone folli (insane)”; il 10 aprile 2008 B. Wasserstein, uno fra i maggiori esponenti della finanza mondiale, scrisse sulle pagine del Wall Street Journal, che il risk management (trasformare l’incertezza, per sua natura non misurabile, in rischio misurabile), è: “Un imperatore senza vestiti[…] questa è la sconfitta di centinaia di superlaureati”.
Oltre alle critiche dal mondo della finanza, anche in ambito accademico si è dimostrato, grazie ad un nuovo corso di ricerche economico-psicologiche, portate avanti da D. Kahnemann, la infondatezza interpretativa del paradigma dell’uomo razionale; esperimenti e ricerche sul campo, hanno svelato quanto siano rare decisioni esclusivamente razionali e che intervengono motivazioni assai più complesse nei meccanismi di scelta umani80.
Il 7 ottobre 2008 il sistema, definito dall’ex Segretario al Lavoro per B. Clinton Robert Reich “super-capitalistico”, fondato sulla dottrina del shareholder value, ossia creare valore per l’azionista, alla base della iper-finanziarizzazione dell’economia Usa, è entrato in crisi; il colpo di grazia81 è rappresentato dalla nazionalizzane negli Stati Uniti, delle due gigantesche agenzie di mutui, Fanniae Mae e Freddie Mac.
Nella lettura di Reich, negli anni Settanta, si era venuto ad instaurare un nuovo paradigma economico, in sostituzione del capitalismo “democratico” dove si accettava una quota di inefficienza, si tolleravano prezzi più alti, ma si garantiva coesione e stabilità sociale; il nuovo modello invece, pone in primo piano il consumatore e l’azionista, mentre il prezzo delle azioni viene utilizzato come unico metro per giudicare il valore di un’impresa.
Gli amministratori delegati quindi, hanno inseguito il nuovo imperativo morale: tagliare i costi (ma anche drogare i bilanci, con titoli opachi e dal dubbio valore); oggi la scomparsa dal mercato di certi titoli derivati, soprattutto quelli con cui si gonfiavano i bilanci, ed il clima di condanna sociale per le stratosferiche retribuzioni dei manager, sembrano porre fine a questo tipo di capitalismo.

Lascia un commento

Archiviato in Economia