Libya docet: il sogno unipolare Usa è finito

Autore: Sherif ‘Arafa Fonte: al-Ittihad (Emirati Arabi Uniti), 4-3-2011Traduzione: Obama sommerso dalle crisi planetarie: Libia, rivoluzione egiziana, al Qaida, rivoluzione tunisina, Yemen, Iraq, Afghanistan, Libano, Cina, Corea del Nord, Sudan, coloni israeliani, Tea party…

Quella che era sembrata a molti, compreso il sottoscritto, una rivolta di popolo sull’onda egiziana e tunisina, repressa da un dittatore impazzito, sembra essere qualcosa di diverso: una guerra civile. La Libia come Stato Nazione esiste dal 1951, quando le tre provincie di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan vengono riunite sotto il debole regno di I. Senussi; paese giovanissimo quindi, che ha sviluppato il proprio sentimento di unità nazionale sopratutto a partire dagli anni ’70, quando la rivoluzione degli ufficiali liberi (nazionalisti e nasseriani), impose il proprio modello politico, economico e sociale su di una popolazione fortemente frammentata in tribù. Con il passare degli anni, Gheddafi ha scelto di non ricoprire nessuna carica politica (riservandosi però l’ultima parola sulle scelte più importanti), e di delegare al proprio gruppo tribale (ed altri alleati) gran parte del potere politico ed economico, assicurando la pace sociale attraverso un generoso sistema di wellfare. Oggi forse questo equilibrio sembra essersi rotto, forse a causa della transizione di potere in corso verso il figlio Sayf al-Islam, contestato da molti.

Se di guerra civile si trattasse, sarebbe l’opzione peggiore per il popolo libico che potrebbe conoscere uno scenario di balcanizzazione del conflitto, mentre per l’occidente potrebbe essere una buona motivazione per non dover scegliere di schierare truppe apertamente contro Gheddafi ( magari inviando solo qualche centinaia di paece-keeper), ed assicurarsi così la continuazione dell’approvvigionamento energetico dalla regione.

Barack H. Obama non sembra di questo avviso, meno di una settimana fa, era stato lapidario: “Gheddafi non è più riconosciuto dagli Usa come leader della Libia, se ne deve andare”; da quel momento ha incominciato a fiorire il dibattito su come “convincere” il dittatore ad abbandonare il potere.

Fallite le trattative diplomatiche, volte all’esilio di Gheddafi ed ad una rapida transizione di potere verso il Consiglio Nazionale, rimangono sul tavolo delle potenze occidentali due piani di azione.  La prima, è l’ormai notissima opzione “no fly zone” ossia il dispiegamento di mezzi navali ed aerei, che sigillino i cieli libici e colpiscano obbiettivi militari strategici, quali postazioni antiaeree, aereoporti e depositi di munizioni. Una “piccola guerra” dei cieli insomma. La seconda possibilità, meno pubblicizzata e ben più impegnativa, sarebbe una “no drive zone“, dove si supporterebbero attivamente i ribelli, colpendo le truppe lealiste così da bloccarne i movimenti su terra, e fornendo approvigionamenti ai combattenti anti-governativi. Il possibile inizio di un’invasione vera e propria.

Per entrambi i casi il tempo sembra scaduto o quasi: l’esercito libico, dopo i primi giorni di sbandamento, è passato alla controffensiva catturando la città chiave di Brega, ultimo avanposto prima della capitale ribelle Beghazi, che se dovesse cadere minerebbe irremediabilmente il morale degli insorti. In pochi giorni l’insurrezione potrebbe essere spazzata via.

Secondo il Ministro degli Esteri italiano Frattini, la possibilità della creazione di una “no fly-zone” dipenderebbe sopratutto dalla volontà degli Stati della Lega Araba, indispensabile per ragioni di legittimità, ma sopratutto di assistenza logistica. Sebbene ieri la Lega Araba abbia richiesto ufficialmente all’Onu di intervenire a difesa del popolo libico, e quindi accettato di fatto l’opzione NFZ, un intervento militare multilaterale in Libia sembra ancora lontano.

A raffreddare gli spiriti vengono le dichiarazioni di alleati di lunga data degli Usa, quali India, Brasile e Sud Africa che in una riunione dei rispettivi Ministri degli Esteri a New Dheli, silurano come “unilateralista” la posizione americana; questa non è la prima bocciatura: Turchia e Germania si sono dichiarate contrarie alla NFL sin da subito, l’Unione Africana ha rifiutato di discuterne mentre la Russia (che può utilizzare il suo potere di veto all’Onu) è passata da un netto rifiuto  a posizioni timidamente più possibiliste.

Rimane poi da chiedersi se davvero gli Usa siano intenzionati ad aprire un terzo fronte di guerra in Libia; in europa l’unico Stato con risorse militari adeguate sarebbe il Regno Unito, che impegna però il grosso delle truppe in Afghanistan, l’Italia, legatissima alla Libia per ragioni energetiche ecommerciali, dichiara per mezzo del suo Primo Ministro: “Non ci sarà alcuna no-fly zone” mentre solo la Francia sembra disposta ad opzioni militari (limitate però a bombardamenti aerei).

I ribelli sembrano quindi condannati a pagare il prezzo del loro azzardo startegico che li ha visti marciare su Tripoli a spron battuto; meglio sarebbe stato trincerarsi nella Cirenaica ricca di petrolio e portare avanti una guerra di logoramento contro Tripoli, magari con il tacito, e sopratutto poco impegnativo,appoggio occidentale.

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Per la Francia i ribelli libici hanno vinto

Oggi 10 marzo 2011 l’Eliseo annuncia di riconoscere come legittimo governo della Libia il Consiglio Nazionale, portavoce degli insorti; Parigi annuncia di voler aprire al più presto un’Ambasciata a Benghazi. La notizia è seguita da un lancio di agenzia da parte della stampa fedele a Gheddafi, che preannuncia la notizia che sarà pubblicato un grave scandalo sulla passata campagna elettorale del Presidente francese   N. Sarkhozy.

La Francia è il primo paese europeo a esporsi pubblicamente e lo fa il giorno seguente della partenza dalla Libia di tre aerei, inviati verso Il Cairo e Bruxelles da Gheddafi per intavolare trattative con Lega Araba ed Unione Europea. Un altro segnale distensivo riguardo la situazione libica viene da Mosca; la Russia difatti ha accettato l’embargo alla vendita di armi a Tripoli. Sembrerebbe poco ma bisogna ricordare che sino alla settimana scorsa la Russia negava qualsiasi bombardamento di civili da parte delle forze di Gheddafi, considerava pura fantasia i dati sulle stragi di civili e si opponeva in sede Onu ad ogni opzione di  intervento negli affari interni libici, minacciando di porre il veto.

Dopo poche ore parlano i Ministri degli Esteri di Ungheria e Portogallo, sostenendo che il Consiglio Nazionale è di fatto riconosciuto come unico governo legittimo della Libia, quando il Parlamento Europeo approvava a larghissima maggioranza una risoluzione che chiedeva ai governi di istaurare relazioni diplomatiche con il governo di transizione.

Gheddafi sembra essere stato scaricato dalle potenze Occidentali, proprio nei giorni delle vittorie sul  camp0 di battaglia; da una settimana le truppe a lui fedeli hanno ripreso il controllo di varie porzioni di terreno (vd. carta), nell’esatto momento in cui i ribelli lanciavano un ultimatum al rais, intimandogli di arrendersi e di lasciare il paese come uomo libero.

Per concludere possiamo azzardare la scomparsa di Gheddafi dalla scena internazionale pubblica; se ha dimostrato di poter recuperare il potere violentemente, rimarrebbe comunque un leader isolato a livello regionale e difficilmente potrebbe continuare a garantire il più alto livello di vita, comparato a quello regionale, cui hanno goduto i libici fino a ieri.

 

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La Turchia nel mondo

La prima domanda che ci siamo posti è: la Turchia ha seguito una certa qual logica nel suo relazionarsi con il resto del mondo?
Ebbene, soprattutto in tempi recenti, da quando nella penisola anatolica si è ricominciato ad accettare l’esistenza della sfera religiosa anche nel contesto pubblico, fra gli esperti sembrerebbe serpeggiare il dubbio, ricorrente negli articoli specialistici, riassumibile nel seguente quesito: la Turchia è ancora occidentale? A nostro modesto avviso la domanda è mal posta, basandosi su un vecchio pregiudizio coloniale che vorrebbe presentare la religione, e soprattutto l’Islam, come fattore incompatibile con l’evoluzione della specie umana che l’Occidente ha preteso di incarnare, e che non ha mai smesso di “esportare” con il fragore delle armi .
Certamente Mustafa Kemal rimase abbagliato dalla capacità organizzativa e  dalla potenza economica, politica e militare della vicina Europa; altrettanto certamente egli individuava nel clero, dimenticandosi però dei giannizzeri (fatto che avrà un certo peso nella storia della Turchia, dove i militari come ai tempi dei sultani influenzeranno pesantemente la vita pubblica), il più forte ostacolo all’evoluzione dell’Impero Ottomano. Quindi, anche lui si convertì al mito modernista e, con lui, la Turchia intera: apparato statale e società vennero, infatti, riformati per trasformare il cuore della defunta Sublime Porta in un efficiente Stato Nazione . L’adesione della Turchia kemalista al laicismo, uno dei sei assi portanti dell’ideologia di Ataturk (gli altri erano repubblicanesimo, modernismo, statalismo, populismo e nazionalismo) va, quindi, contestualizzata all’interno del periodo storico ed alla personalità di Kemal che, giova ricordarlo, oltre ad essere un militare era un attivista politico nazionalista, ben inserito negli ambienti laicisti di stampo massonico .
Se più di un secolo fa l’equazione Laicismo = Modernismo poteva avere una qualche giustificazione logica basata su eventi storici, riproporre la questione ai giorni nostri nei medesimi termini, in un contesto in cui lo stesso Occidente sembra vivere la sua crisi più profonda sia dal punto di vista ideologico, sia da quello della politica di potenza, appare a chi scrive una riflessione sterile e/o faziosa nell’ambito delle relazioni internazionali. Per questo motivo, riteniamo più importante riflettere non tanto sull’abbandono dell’Occidente da parte della Turchia, tesi che rifiutiamo per il suo connotato ideologico di “occidentalocentrico”, ma piuttosto per il fatto che il modernismo, oggi, possa e debba essere analizzato secondo quello che è, e cioè non più un insieme di valori mutuati dal ‘700 europeo, bensì l’analisi delle recenti dinamiche di sviluppo della società globale, dove non è più possibile semplificare la realtà aderendo ad un unico mito.
La Turchia ha da sempre posto grande enfasi sulla modernità e sino a quando l’Occidente ha saputo incarnarne lo spirito, con una coerente politica di potenza, a questo modello da seguire Ankara si è sempre dimostrata uno dei più fedeli alleati. Oggi, dopo la caduta delle Torri Gemelle, simbolo della fragilità della potenza americana, dopo la disfatta delle due guerre in Iraq ed Afganistan, simbolo del fallimento dell’unipolarismo, e, soprattutto, dopo la terribile crisi economica che affligge proprio il mondo occidentale, simbolo della disfatta del neo-liberismo, non si può pretendere che la Turchia prosegua il suo percorso a fianco di un Occidente non più fonte di progresso ma, piuttosto, di declino.

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Intervista a Bruno Mellano, presidente dei Radicali Italiani


Tibet e diritti umani, la Cina verso le olimpiadi.
La bandiera tibetana come simbolo dei diritti umani.
“Grazie al suo sorriso, il Dalai Lama ha fatto conoscere al mondo intero la tragedia del Tibet”
“il Tibet potrebbe diventare un metodo d’integrazione pacifico ed armonioso”

Incontriamo Bruno Mellano-presidente dei Radicali Italiani e coordinatore dell’intergruppo parlamentare per il Tibet nella scorsa legislatura-l’otto luglio in piazza Carlo Alberto a lato della manifestazione “Tibet, se non ora quando?”, promossa dall’associazione Adelaide Aglietta.
Siamo ad un mese esatto dalla cerimonia d’apertura dei giochi olimpici ospitati dalla Cina; qual è lo spirito di questa manifestazione?
Le olimpiadi si avvicinano drammaticamente ed assistiamo, alla celebrazione dei grandi progressi economici del regime cinese. Sulla mancanza di democrazia, ma ancor più, sulla addirittura recessione, dei diritti umani a qui abbiamo assistito in questi ultimi mesi, non si è più parlato! Si pensi al Tibet ma anche ad altre regioni, dove si è instaurato un regime d’oppressione preventiva delle minoranze locali. Oggi vogliamo ricordare allo stato italiano ed ai suoi cittadini, che c’è poco tempo prima che la Cina possa definitivamente spegnere i riflettori sulla sua costante violazione dei diritti umani, sebbene i suoi obblighi costituzionali ed i numerosi trattati internazionali che ha ratificato a riguardo. Per questo chiediamo all’Italia di non presenziare alla cerimonia d’apertura dei giochi.
Il Dalai Lama però, ha affermato che parteciperebbe ai giochi se invitato…
In tal caso cambierebbe tutto! Bisognerebbe esserci perché, sarebbe il più tangibile segno di cambiamento per un paese che si riferisce a sua santità, come capo di una “cricca”.
In questa vostra battaglia politica, utilizzate come simbolo la bandiera tibetana, perché?
Questa bandiera, disegnata dal 33imo Dalai Lama nel 1912, ha una particolarità: è bordata di giallo per tre lati, il quarto, aperto, stà a significare l’apertura verso gli altri. Grazie al suo sorriso, il Dalai Lama ha fatto conoscere al mondo intero la tragedia del Tibet; quando noi e lui parliamo di Tibet, in realtà parliamo di diritti umani in Cina.
Infatti il Dalai Lama non chiede indipendenza ma autonomia, per il suo popolo.
Chiede che la costituzione, dove all’articolo 35 dispone l’autonomia tibetana, venga rispettata; chiede che il suo popolo possa mantenere la propria cultura e che quelle terre non vengano più depredate. L’obiettivo è trovare una soluzione a tutte le questioni etniche presenti in Cina, il Tibet potrebbe diventare un metodo d’integrazione pacifico ed armonioso, da seguire in quelle regioni con tensioni etniche.
Il Vaticano ultimamente, ha di molto migliorato i propri rapporti diplomatici con la Cina; può essere un esempio da seguire?
La politica pontificia è quella di puntare ad un concordato; per fare ciò si deve rinunciare alla propria autonomia, che è l’obiettivo del Tibet.
Lei ha incontrato più volte il Dalai Lama, che impressione le ha fatto?
A termine di una sua visita in Italia, lo accompagnai all’aeroporto. L’aereo aveva più di un’ora di ritardo, così potemmo chiacchierare; in quell’occasione informale conobbi la sua grande umanità e dirompente vitalità. Non dimenticherò mai quell’incontro.
FOTO: Bruno Mellano interviene durante il dibattito.
Nicolò Sapellani

Associazione radicale Adelaide Aglietta
NON VIOLENZA ATTIVA
L’Associazione radicale Adelaide Aglietta ,con sede in via Bottero 11, prende il nome dalla attivissima politica torinese, che ci lasciò nel 2000. Promuove le iniziative di carattere nazionale e trasnazionale della galassia radicale, attraverso l’azione non violenta dei suoi iscritti. L’attivismo e la non violenza, infatti, sono i cardini delle sue attività, svolte soprattutto nelle strade, con banchetti informativi, volantini, cartelloni e megafoni. Nell’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, spaziano dalle questioni nazionali, come la battaglia sulla Ru486, sull’eutanasia, sui diritti dei carcerati a tematiche internazionali quali le crisi tibetane e cecene o l’ingresso d’Israele nell’Unione Europea. Attiva nel panorama politico locale e naz,ionale, ha avuto eletti nel consiglio regionale del Piemonte tra il 2000/2005 e durante la scorsa legislatura vedeva il suo dirigente Bruno Mellano seduto in parlamento.

nic. sap.

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Torino la più inquinata d’italia

Nera nube di polveri killer sul capoluogo piemontese; Legambiente nel suo rapporto annuale sull’inquinamento da Pm10 piazza la nostra città al primo posto
Migliaia di decessi all’anno in Italia legati alle polveri sottili

Triste primato per il capoluogo piemontese: Torino svetta nella classifica Legambiente, come la città più inquinata da polveri sottili d’Italia. Il monitoraggio giornaliero dei livelli di Pm10, ha registrato 118 sforamenti annui dei parametri imposti dall’Unione Europea ed utilizzati come riferimento dall’associazione ambientalista. Seguono Venezia e Modena con più di cento giorni d’oltrepassamento dei limiti. Il problema delle polveri sottili, risiede negli ingenti danni sanitari che derivano dalla loro inalazione. Le stime più catastrofiche li quantificano in 39436 decessi annui in Italia (Ricerca Aea Technology Environment 2005 realizzata per la Commissione europea), mentre sarebbero 8000, secondo lo studio “Impatto sanitario del PM10 e dell’ozono in 13 città italiane” condotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2006. Oltre al grave danno per la salute dei cittadini, potrebbero anche arrivare sanzioni pecuniarie dall’Unione Europea; dal 2005 ad oggi, la regione Piemonte dovrebbe sborsare 20 milioni di euro annui per la costante infrazione. Dalla nostra regione, ma anche dalle altre dell’area padana, è stato richiesto un congelamento di tali multe sino al 2011, a patto che la tendenza della qualità dell’aria migliori, e che quel denaro sia investito in interventi antismog. Vanda Bonardo, presidentessa di Legambiente Piemonte-Valle d’Aosta commenta: “Purtroppo non c’è nulla di nuovo in questi dati. Qualcosa è stato fatto per ridurre l’inquinamento, ma non è ancora abbastanza. Occorre che i politici facciano di più la loro parte, gli industriali si attivino per produrre motori più ecologici e i cittadini cambino abitudini e si facciano portatori di nuovi bisogni che costringano i produttori a seguirli». Oltre alle responsabilità politiche, basti pensare alle poche e malandate piste ciclabili cittadine, spesso contrassegnate da una semplice striscia sull’asfalto ed utilizzate più come parcheggio che per il loro scopo, non aiuta la conformazione geografica della pianura padana, che crea una stagnazione dell’aria. A consolarci, giungono i dati raccolti dall’Arpa, che mostrano un certo miglioramento dei parametri in questi ultimi anni, quantificabili in una riduzione del 30% dei superamenti di soglia, dal 2006 ad oggi. L’assessore regionale all’Ambiente, Nicola De Ruggiero sottolinea: “Significa che il potenziamento del teleriscaldamento, dei mezzi pubblici e dei controlli alle aziende stanno avendo effetto, ma occorre essere ancora più coraggiosi per dare più spazio ai pedoni, alle bici e ai bus».
Nicolò Sapellani

Alle Molinette è partita la sperimentazione sulla Cannabis terapeutica per i malati terminali

L’ospedale Molinette da dicembre ha dato il via alla fase di sperimentazione di un medicinale a base di Cannabis per lenire i dolori dei malati terminali. Sono stati selezionati dieci pazienti affetti da tumore, per determinare il dosaggio ottimale e verificare quale sia il livello entro il quale il Sativex, il farmaco utilizzato via spray, è ancora efficace in pazienti che
soffrono di una patologia neoplastica in fase avanzata. In primavera la cura potrebbe essere estesa a tutti gli altri degenti idonei. Tale sperimentazione era stata bloccata nel 2006 dal comitato etico dell’ospedale ma la determinazione di Antonio Mussa, primario del dipartimento universitario di chirurgia, ha superato tutti gli ostacoli.
Nic. Sap.

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Il maggior ospedale torinese apre le porte alla cura dell’anima.

Il “modello Molinette” presto in tutto il Piemonte


Le maggiori confessioni religiose al fianco dei loro sofferenti.
La filosofia di base di questo percorso è guardare alla religione come strumento di dialogo e comprensione umana.
Nour Eddine Bahi, imam,: “Un’iniziativa bellissima e doverosa; questa è integrazione vera, perché si agisce nel momento della sofferenza dove c’è più bisogno”.

Primo, ed a oggi unico, in Italia, l’ospedale Molinette S. Giovanni Battista ha iniziato ad offrire ai suoi pazienti, oltre all’assistenza sanitaria, supporto spirituale, anche a quelli non cattolici. L’idea è piaciuta alla regione Piemonte, che ha espresso la volontà di esportare il “modello Molinette” su tutto il suo territorio. L’esigenza è nata, ci spiega Mario Caserta, padrino del progetto con la dottoressa Lia Di Marco, dal sensibile aumento di ricoverati aderenti alle più svariate confessioni che, finora, non potevano ricevere il conforto di un loro ministro di culto. Volendo – continua Caserta – ma soprattutto dovendo garantire eguale trattamento ai nostri ricoverati, visto il codice deontologico medico e la costituzione italiana, nel 2006 abbiamo dato vita al progetto “Cultura e religione”. La filosofia di base di questo percorso è guardare alla religione come strumento di dialogo e comprensione umana. La prima fase di tale iniziativa è stata di studio, ossia si sono individuate le religioni più rappresentative, con cui iniziare a collaborare. Queste sono state individuate in conformità a due criteri: numero di fedeli maggiore a 30000 su scala nazionale e riconoscimento di esse da parte dello Stato. Sono emerse da tale ricerca le chiese ortodosse (romena, del Patriarcato di Mosca e romena di Vecchio Calendario), le chiese protestanti (Valdesi, Battiste, Avventiste, delle Assemblee di Dio e le federate Evangeliche, Pentecostali e dell’Assemblea dei Fratelli), le comunità ebraiche, mussulmane, induiste e buddhiste (Vajrayana, Zen e Soka Gakkai). Tutte queste, da aprile 2008, hanno incominciato l’opera d’assistenza agli infermi ed a mettersi a disposizione del personale ospedaliero, per qualsiasi dubbio su prescrizioni, usi e necessità derivanti dalle rispettive religioni. I degenti vengono informati dell’iniziativa tramite opuscoli multilingue, affissi in tutti i reparti dell’ospedale, ed a loro richiesta vengono messi in contatto con i rappresentanti delle proprie confessioni. Il servizio è totalmente gratuito. Il prossimo passo sarà istituire una sala, priva di simboli, calma e meditativa, dove tutti potranno andare a raccogliersi per un momento di preghiera. Inoltre, lì si vorrebbe creare un punto d’incontro fra i vari esponenti religiosi dove dibattere sul tema Sanità e fede. Oltre a ciò, nel progetto saranno sviluppati altri due punti: un percorso di formazione per gli operatori sanitari, dove far comprendere i diversi approcci che le varie confessioni hanno nei riguardi di nascita, morte e sofferenza e la possibilità per le guide spirituali di potersi affiancare al personale medico durante parti e decessi. Entusiasta, l’imam Nour Eddine Bahi commenta: “Un’iniziativa bellissima e doverosa; questa è integrazione vera, perché si agisce nel momento della sofferenza dove c’è più bisogno”.
Nicolò Sapellani

TORINO E LE SUE FEDI
Le minoranze religiose

Torino abbraccia numerose confessioni religiose, oltre a quella tradizionale cattolica. La prima ragione di questa multiculturalità è da ricercarsi nel crescente numero di cittadini stranieri che vi risiedono. Non esistono studi specifici che dividano il numero d’abitanti per religione, se non su scala nazionale (studio Censur 2006). Nella nostra ricerca, per comprendere il numero di credenti non cattolici, ci siamo rifatti alle dichiarazioni delle maggiori Chiese presenti in città. Il primato spetta al mondo mussulmano, con 15000 praticanti suddivisi fra Sunniti e Sciiti, l’1,65% dei residenti. Segue la galassia protestante, dove le differenti Chiese (Valdese, Battista, Evangelica etc.) richiamano circa 6000 cristiani, lo 0,6% dei torinesi. Il terzo posto, con circa 2000 praticanti ossia lo 0,25% del totale, spetta agli ortodossi divisi in: chiesa romena, Patriarcato di Mosca, romena di Vecchio Calendario. La comunità ebraica invece, comprendente solo gli assidui praticanti, conta 1000 proseliti. Inoltre si contano 600 buddhisti, mentre non sono disponibili dati per la comunità induista.

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Dalla crisi della finanza a quella dell’economia reale. Ecco come Torino fronteggerà questo difficile periodo di festività

Licenziamenti e cassa integrazione
I consumi crollano
Un Natale in “rosso”

Spesso, a particolari periodi dell’anno, vengono associati dei colori: il giallo delle foglie per l’autunno, il verde dei prati per la primavera, il bianco della neve per l’inverno. Al Natale? Il rosso del costume di Babbo Natale verrebbe da dire, ma quest’anno, altro rosso caratterizzerà la nascita del Signore, quello dei conti correnti e del crollo dei consumi. Le famiglie infatti, stanno attraversando un periodo nero, caratterizzato da un pesante aumento dei prezzi, licenziamenti e cassa integrazione. Gli effetti sugli acquisti legati alla festività, varia in base alla situazione dei singoli. Il caso più agghiacciante è quello di un operaio di 57 anni che, da poco licenziato, ha deciso di mettere in vendita il proprio rene ed il midollo spinale, attaccando un biglietto con numero di cellulare nei pressi delle Molinette. Chi invece dispone di una tredicesima, come Elisa, commessa: “Prima la dedicavo agli acquisti, quest’anno andrà tutta per il mutuo e le bollette”, chi non ne ha diritto, come Roberto, magazziniere: “Sono precario da ormai sei anni, avrò presto una figlia, non avrò alcuna possibilità per spese extra”. Si prevede quindi, una drastica diminuzione dei pacchetti sotto l’albero, con regali orientati verso l’utilità, come giacconi e scarpe ed un forte calo di prodotti tecnologici. La tradizionale cena natalizia non sarà ancora messa in discussione ma, i commercianti, hanno ridotto della metà rispetto agli anni passati, gli ordini di prodotti di lusso come salmone e caviale.
I commercianti torinesi non stanno a guardare, tentando se non di rilanciare i consumi almeno di non farli sprofondare. Ecco allora che partono iniziative come “Un prezzo da amico”, che come ci spiega Gerardo Troccoli, presidente della sezione caffè dell’Epat torinese: “Non potevamo non tentare anche noi di dare uno specifico contributo. Piccolo che sia, dietro c’è un grande sforzo economico da parte dei nostri imprenditori, che vuole essere soprattutto un segnale, un messaggio positivo teso a far acquistare un po’ di serenità e fiducia ai cittadini”. Il progetto prevede un blocco dei listini dei bar sino a fine febbraio, mentre al venerdì, colazione con cappuccio, brioche ed una latta da 250 gr. di caffè a 4,20 euro. Andrea, impiegato, ci dice: “Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito perché si ricorre sempre più spesso ad acquisti rateali o a prestiti; in questo modo la domanda cresce e a parità d’offerta il prezzo sale! Apprezzo queste proposte ma si dovrebbe creare un paniere diverso per misurare l’inflazione, in quanto la forbice tra inflazione misurata e quella percepita è molto notevole”. I macellai invece, da settembre a novembre hanno lanciato: “Il pasto completo”, ossia, con soli sei euro, sono acquistabili: 500 grammi di pasta, un vasetto di yogurt, 250 grammi di prosciutto cotto nostrano ed infine quattro svizzerine dal peso di 100 grammi ciascuna. Finalmente – commenta Annamaria casalinga – dei fatti oltre alle solite chiacchiere, in difesa dei consumatori.
FOTO: Tragico messaggio alle porte delle Molinette

Nicolò Sapellani

Alcuni consigli agli acquisti intelligenti
Spendere meno si può, meglio se non si rinuncia alla qualità

Vista l’odierna congiuntura economica tutt’altro che rosea, molte famiglie si trovano costrette a modificare le abitudini di consumo, improntandole ad un’unica parola d’ordine: risparmio! Di seguito, riportiamo una serie di iniziative attive nella zona sud di Torino, che permettono di coniugare ad una minore spesa, una buona qualità dei prodotti. La Coldiretti ha deciso di agire sui costi di trasporto, con l’obiettivo di fornire prodotti agricoli a “km 0”, lanciando la fondazione “Campagna Amica”. Questa, è un raggruppamento di consumatori, associazioni, ma soprattutto di agricoltori attivi sul territorio, che vendono i loro prodotti in loco. Lo smercio in città, avviene ogni prima domenica del mese presso il mercato di piazza Madama Cristina ( per informazioni 011/6177277). Rimanendo sempre nell’ambito dei prodotti agricoli, sono attivi i Gruppi d’acquisto solidale, per comprare all’ingrosso prodotti alimentari o d’uso comune, che vengono poi ridistribuiti fra i soci. L’obbiettivo è coniugare risparmio economico e rispetto dell’ambiente. Eccovi alcuni contatti per Torino sud: La cantina di Sara Via Reduzzi 25 ( per informazioni lauraeclaudio@inwind.it) e l’Associazione Gas Torino (per informazioni associazionegastorino@yahoo.it) attiva nella circoscrizione 2. Entrambi i gruppi sono contattabili solo via posta elettronica. Seguono la stessa filosofia di rispetto ambientale e salvaguardia del consumatore, i distributori di latte e detersivo sfuso. Per il latte ci si può rivolgere ad: Azienda agricola Agriserena ss, presso Eataly, via Nizza 224 ( per informazioni 011-9450949), oppure all’Azienda agricola Priotto Fausto e Alberto s.s. all’interno del bar “Toro Verde”, angolo Piazza Bengasi. Mentre per il detersivo, è attivo l’Ipersoap di via Testona angolo via Nizza.

Nic. Sap.



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Il modello Keynesiano e Torino


Torino attira investimenti
Grandi opere contro la crisi
Pioggia di miliardi sotto la Mole. Ingenti gli investimenti pubblici e privati

Nel 1932 gli Stati Uniti sconfissero la più grave crisi economica della storia, scoppiata con il “venerdì nero” del 1929. L’allora presidente Roosevelt, lanciò il programma economico detto “New Deal”, applicando le teorie del celebre economista britannico John Maynard Keynes. Il principio base era molto semplice: in periodi di alta disoccupazione crollano i consumi, cala quindi la produzione industriale e l’economia recede; la soluzione allora, può venire dall’intervento dello Stato. Spendendo in opere pubbliche, come le infrastrutture, lo Stato crea posti di lavoro, i consumi riprendono e l’economia torna a crescere. In questa fase di nera congiuntura economica, la città di Torino è sicuramente molto colpita, ma la situazione non appare così disperata, come mostrerebbero i crescenti tagli occupazionali. Il binomio salvifico grandi opere – nuova occupazione, infatti non manca. L’esempio più importante viene dalla Comunità Europea, che a Dicembre ha deciso di stanziare 621 milioni di euro, per il completamento della tratta ferroviaria Torino – Lione. Entro Marzo invece, partiranno i lavori per la costruzione della centrale termoelettrica detta “Torino Nord”, che produrrà un quinto dell’energia elettrica cittadina e quintuplicherà le forniture di teleriscaldamento. Sempre in tema di energia, sembrano ormai sorpassati gli ostacoli alla costruzione del discusso termo – valorizzatore del Gerbido, grazie al rigetto dell’ultimo ricorso da parte del Tribunale amministrativo regionale (Tar). Il costo complessivo dell’opera, ideata per produrre elettricità dai rifiuti urbani, è stimato attorno ai 360 milioni di euro. Altri 300 milioni, sono il budget previsto per ultimare il sistema ferroviario metropolitano, che per il 2018 dovrebbe collegare Torino a trentuno comuni limitrofi, così da permettere ai circa 350000 automobilisti pendolari, un accesso alla città economico e più rispettoso dell’ambiente. Per quanto riguarda la linea metropolitana cittadina, sono già in corso i lavori per collegare le stazioni di Porta Nuova e del Lingotto grazie a sei nuove fermate, che apriranno i battenti, non prima del 2010. Nel Gennaio 2008, il Comune ha acquistato l’ex carcere Le Nuove; la RPA, società già impegnata nel progetto “Raddoppio del Politecnico”, si occuperà della ristrutturazione della struttura che ospiterà uffici giudiziari. Inoltre sarà realizzato un parcheggio sotterraneo, mentre mura e giardino verranno riqualificate.  Oltre alle grandi opere pubbliche, anche alcuni privati hanno deciso di investire fortemente in città; il progetto più ambizioso è sicuramente quello portato avanti dalla Juventus per il rifacimento dello stadio Delle Alpi. Il futuro complesso, non sarà limitato al solo stadio, ma sorgeranno numerose attività come centri commerciali, negozi e ristoranti, collegate allo stadio, per far vivere la zona tutta la settimana. Sempre in zona Cascina Continassa inoltre, strizzando l’occhio al turismo, sorgerà per il 2010 un grande parco acquatico, con vasche all’aperto ed altre coperte, nonché scivoli ed altri giochi d’acqua.

Nic. Sap.

Grandi opere e la Cinque, quli prospettive?
Lo Stato è importante, ma i privati investano sul territorio

Paola Bragantini, presidentessa della quinta circoscrizione, fa il punto della situazione sulle grandi opere pubbliche ed il loro impatto locale, ma non dimentica il settore privato: “Lo Stato, come indicato da numerose tesi macro – economiche, è sicuramente uno dei motori dell’economia, anzi in momenti di crisi forse è il più importante. Il problema è però, che il settore pubblico, ed in misura maggiore gli enti locali, si trovano in una situazione di acuta mancanza di fondi. Il Comune, negli ultimi anni ha foraggiato a piene mani l’economia cittadina, cosa che difficilmente accadrà in futuro. Penso che oggi, anche le imprese private dovrebbero reinvestire gli utili sul territorio, anche se i segnali che ci arrivano, pensiamo ad aziende come la Motorola, non ci fanno certo sperare troppo. Inoltre anche se un domani una grande azienda aprisse i battenti alla Cinque, non mi illuderei molto dei vantaggi occupazionali che ne potrebbero derivare. Le imprese difatti, non vincolano l’assunzione del personale alla residenza dei lavoratori. Avranno sicuramente un impatto sull’economia locale invece, gli investimenti fatti dalla Juventus, con il suo stadio ampliato a centro commerciale; un altro esempio viene dall’impresa Rosso, che sta costruendo un polo che accoglierà numerosi negozi. L’opera pubblica invece, che più ci sta a cuore e per la quale ci stiamo impegnando da tempo, è la copertura dei binari ferroviari sino a corso Grosseto, previsto all’interno del progetto di interconnesione ferroviaria Torino – Ceres. Questa sarà una grande occasione per la nostra circoscrizione, che vedrà sorgere al suo interno una stazione ferroviaria, la Rebaudengo Fossata. Ci aspettiamo, al completamento dei lavori, enormi vantaggi sia dal punto di vista estetico, sia da quello funzionale”.

Nicolò Sapellani

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Alleanza fra la Dc ed il Partito Nazionale Liberale romeno


Una lista di soli romeni per le Comunali 2011
Martucci punta alla comunità straniera con diritto di voto, più numerosa di Torino
In Europa i cittadini comunitari possono votare per le Europee ed Amministartive
Una lista “etnica”, idea troppo di nicchia? Rispondono i cittadini

Denis Martucci, segretario regionale della Democrazia Cristiana, sta già lavorando per le elezioni comunali 2011. Il suo obiettivo, forse il primo caso in Italia, è quello di conquistare il voto dei cittadini romeni, residenti in città. La Comunità Europea infatti, dà diritto di voto e di eleggibilità, a tutti i cittadini  comunitari, alle elezioni europee ed amministrative. Il corteggiamento alla numerosa comunità (composta da circa 50000 persone) è partito questo 30 novembre, data delle elezioni politiche in Romania, con Martucci che appoggiava la candidatura di Petre Roman e Daniel Zamfir del partito di stessa ispirazione politica, il Pnl, attraverso manifesti e volantini in lingua romena e la cessione dei locali della Dc per la campagna politica. Come inizio non è stato dei più entusiasmanti, hanno votato solo 9000 romeni da tutta Italia e fra questi il 20% ha votato per il Pnl; questo dato, secondo Martucci, è sintomo sia della novità assoluta del voto dall’estero, introdotto grazie all’impegno dell’onorevole Roman, sia della pesante disinformazione a cui è costretto l’elettorato della diaspora. Il prossimo passo in agenda, sarà la sensibilizzazione dell’elettorato per le elezioni Presidenziali e per le Europee, che si svolgeranno entrambe in primavera. Per quanto riguarda le Comunali nostrane, il progetto della Dc si fa più ambizioso; l’obiettivo è presentare una lista composta unicamente da cittadini romeni, che conquisti il cuore dei 50000 connazionali residenti in città. Alla domanda perché una lista di soli romeni, al posto di una mista, il segretario Dc ci risponde così: “Da un lato per non strumentalizzare il fenomeno, dall’altro lato i candidati immigrati nelle liste italiane fanno sempre una brutta fine, basta pensare ai casi di Mangoua nei Verdi alle Comunali di Torino o di Ramona Badescu alle Comunali di Roma. Sono stati usati come carne da macello e dimenticati il giorno dopo. Noi invece vogliamo che i romeni siano messi in grado di presentarsi con una lista credibile soprattutto agli occhi dei connazionali, non vogliamo sfruttarli, ma ci auguriamo invece che possano scegliere autonomamente un loro rappresentante in consiglio comunale. Dobbiamo evidenziare come nonostante la sinistra si riempia la bocca ogni giorno di parole a favore dell’immigrazione, ad oggi non sono stati avviati esperimenti come quello dei consiglieri aggiunti nelle circoscrizioni (Roma), e tantomeno è stato nominato un assessore o un delegato del sindaco con una competenza specifica”. Abbiamo posto la stessa domanda ad alcuni torinesi; Enrico, universitario: “Così non si fa integrazione ma si acutizzano le discriminazioni”, Tiziana, casalinga: “Reputo importante, che chi risiede in un posto possa votare per le amministrative, una lista monoetnica non mi disturba”, Gianpaolo, pensionato: “Vista l’attuale classe politica, forse voterò per loro!”

Cosa ne pensano i romeni?
Meglio il multiculturalismo

Aurelia Mirita, presidentessa dell’associazione sociale culturale italo-romena Fratia, vede nell’iniziativa di Martucci lati postivi e negativi: “Una riflessione sulle molteplici realtà minoritarie presenti sul territorio è doverosa; coinvolgere i nostri concittadini della diaspora, nel tessuto politico locale quindi è un’ottima iniziativa, così come lo è, informarli sulle elezioni alle quali hanno diritto di voto. Quello che trovo di sbagliato, è la scelta di una lista composta solamente da romeni; questo non porta all’integrazione sociale, anzi potrebbe addirittura danneggiarla, perché sul territorio non vivono solo romeni ma anche altre comunità. Ci auguriamo per le Comunali, la nascita di una lista multietnica, aperta a tutti, dove i vari gruppi si uniscano per dare il meglio e non si dividano per ottenere scopi particolari. Stiamo lavorando su questo, coinvolgendo anche altre associazioni”.

Nic. Sap.

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Gtt: Stop al “turno delle mamme”

Fine di un’epoca in Gtt, le autiste sino ad ieri bandiera della società, dal sette gennaio hanno perso gran parte delle agevolazioni; mamme single nei guai
Gtt: Stop al “turno delle mamme”
La politica aziendale di favorire le madri lavoratrici crea tensionifra i lavoratori

Tira una brutta aria per le centoquaranta lavoratrici addette alla guida di tram ed autobus G.T.T; dal sette gennaio, infatti, il Gruppo Torinese Trasporti ha deciso di archiviare per le numerose donne autiste il cosiddetto “turno del direttore”, quello fra le nove e le sedici, che vedeva impegnate soprattutto le madri single. Questo orario era stato destinato dall’azienda a quei lavoratori con particolari problemi personali, ossia a quei genitori rimasti senza patner, in modo da permettere a questi di portare ed andare a prendere i bambini nelle scuole, riconoscendo di fatto che lo stipendio da autista non permetteva l’assunzione da parte delle famiglie di babysitter. La decisione è stata presa dalla direzione, in accordo con i sindacati tranne la C.G.I.L, che comunque in un primo momento aveva sottoscritto tale novità per mezzo di un suo rappresentante, perché ritenuto fonte di malcontento fra molti lavoratori. Tale sindacato oggi segue una linea più morbida, dove riconosce sì il malcontento serpeggiante fra gli autisti ma si interroga su come non penalizzare delle madri lavoratrici. La politica aziendale di favorire le “mamme autiste” con tale turno, in modo da permettere alle lavoratrici di svolgere appieno il loro ruolo di madri oltre quello di autiste, è apparso agli altri dipendenti G.T.T. come una inaccettabile discriminazione e quindi la questione è stata posta all’azienda. Ora l’accesso al suddetto turno ha subito una drastica riduzione e sarà aperto solo per quelle lavoratrici che dimostrino di dover accudire figli gravemente malati. La direzione aziendale comunque, tiene a ribadire di mantenere aperto un canale di dialogo con le lavoratrici, per trovare soluzioni adeguate sui singoli casi. Questa non è l’unica novità che la G.T.T. ha previsto per le donne, che fino a ieri erano presentate come fiore all’occhiello dell’azienda, infatti è stata abolita un’altra iniziativa che si poneva il nobile obiettivo di favorire il gentil sesso: le quote rosa per ogni nuovo concorso di assunzione. In passato la politica aziendale prevedeva che metà dei nuovi assunti fosse donna, con l’accordo del sette gennaio anche questa norma è stata abolita. Dopo l’interpellanza in Comune di Monica Cerruti (Sinistra Dfemocratica) che chiedeva spiegazioni per quest’ultima decisione dell’azienda, Gianni Godino, direttore del personale G.T.T. risponde: “Era un problema per l’organizzazione del servizio, le donne infatti sono esonerate dai turni serali”.
Nicolò Sapellani

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Economia e mitologia greca: il peccato di Hubris

Una delle descrizioni più calzanti del clima economico culturale che ha prevalso negli Stati Uniti ed in molti paesi cosiddetti avanzati, e che può essere indicato, a mio avviso, come il fattore generante dell’attuale crisi, è quella proposta dal filosofo politico P. Manent, che rimanda al tema classico del peccato di hubris.
In una recente intervista75 questi ha affermato: “Quanto alla questione propriamente finanziaria, senza entrare nel dettaglio tecnico, si è trattato di un crac psicolpolitico, “ubristico”. […] Gli americani, in altre parole, sono stati vittima del sentimento inebriante di una ricchezza che cresceva in continuazione, ma solo sulla carta certo; hanno poi adottato tutte le formule più inverosimili per continuare a trarre profitto da una ricchezza aritmetica. Viene sempre il momento in cui questa sorta di ebbrezza deve essere moderata”.
Tale clima euforico aleggiante sui mercati, traeva le sue origini da due fattori: il primo è che le élite, sia politiche sia economiche, avevano riscoperto sin dagli anni 70’ le teorie classiche pre-Keynesiane (neoliberiste); in secondo luogo, anche se con molte criticità, il nuovo ordine economico mondiale, scaturito dall’uscita del dollaro dal “Gold Exchange Standard”, stava producendo livelli di ricchezza inauditi, inducendo i più a ritenerlo perfettamente funzionante76.
Le concezioni neoliberiste si sono basate, in primis, sulla concezione dell’uomo come essere estremamente razionale che si relaziona con altri uomini, sempre razionali, definito ironicamente da R. Lucas, premio Nobel per l’economia nel 1995, un sistema di “robot interattivi”77; ancora, il mercato viene visto come lo spazio di interazione fra gli individui, dove un gran numero di rapporti sociali, sino al matrimonio, vengono poste come dei sistemi di scambio, reciprocamente vantaggiosi.
Il grande vantaggio di questa teoria, e forse anche il suo punto più critico, risiede nella sua capacità di descrivere in modelli, attraverso formule matematiche, sia la razionalità sia le interazioni degli individui, come dimostrato da Robert C. Merton e Myron Scholes.
Negli Stati Uniti, le suddette indicazioni teoriche si sono trasformate in prodotti finanziari, i cosiddetti “derivati”, che nel 2007 arrivavano ad un valore sul mercato di 516.000 miliardi di dollari78, cioè trentacinque volte il prodotto interno lordo dell’economia statunitense.
In questo contesto venivano disegnate formule finanziarie e percorsi di investimento, dove il rischio scompare, grazie alla comprensione del meccanismo delle scelte razionali unito al trattamento statistico dei rischi.
I due autori, nel 1997 freschi di Nobel, vennero nominati nel consiglio di amministrazione di LCTM, una nota società finanziaria che fallì clamorosamente durante la crisi del 1997-1998 – forse un ammonimento –  e tuttavia la “formula Merton”, così come il “modello Black-Scholes”, divennero il pane quotidiano per gli operatori finanziari per oltre dieci anni.
Attraverso complessi calcoli si prevedevano le variazioni di prezzo dei titoli in relazione: al prezzo iniziale, al tempo, al tasso d’interesse ed alla volatilità; nei casi più estremi si poteva costruire un titolo “perfetto”, immune dalla volatilità dei mercati. Di fatto, però, questo tipo di titoli può funzionare efficientemente79 solo in presenza di alcune condizioni essenziali: un numero molto elevato di transazioni, un’esatta valutazione dei rischi ed un rapido passaggio di tali titoli da un operatore all’altro. Perché l’ultima condizione avvenga, però, è necessario che i rischi siano rappresentati da titoli negoziabili, quindi cartolarizzati.
Con quest’ultimo termine, si definiscono quelle tecniche finanziarie che utilizzano i flussi di cassa generati da un portafogli d’attività sempre finanziarie. Sono emissioni obbligazionarie con regolare pagamento di cedole e rimborso di capitale a scadenza; ne esistono di diversi tipi, in base ai sottostanti, che ne garantiscono il debito.
Le ABS (Asset Backed Securities) sono emesse per cartolarizzazione di crediti presenti o futuri. La cartolarizzazione di uno stesso emittente, può essere suddivisa in varie tranche, che in base al rischio in esse incorporato, possono godere di differenti rating (dagli “AAA” fino agli speculativi “BB”).
Alcune società, dette veicolo (conduit), acquistano pacchetti di mutui ipotecari residenziali o commerciali, prestiti obbligazionari e bancari, crediti di carte di credito etc., ed emettono bond; queste operazioni ad hoc, sono poste fuori bilancio dalle stesse banche che originano i crediti.
Anche i “veicoli” presentano diverse tipologie, a seconda del titolo di debito emesso come garanzia collaterale: i CDO (Collateralized Debt Obligation) possono avere un portafogli di attività, diversificato e dinamico; i due principali sotto-tipologie dei CDO sono i CBO (Collateralized Bond Obligation) con obbligazioni a garanzia ed i CLO (Collatralized Loan Obligation), dove la garanzia è rappresentata da prestiti bancari.
Questi strumenti, frutto dell’innovazione finanziaria, conobbero le prime critiche nel 2003, in primis, da parte del finanziere W. Buffett, che li definì nella annuale lettera agli azionisti: “bombe ad orologeria”, “armi finanziarie di distruzione di massa, concepite da persone folli (insane)”; il 10 aprile 2008 B. Wasserstein, uno fra i maggiori esponenti della finanza mondiale, scrisse sulle pagine del Wall Street Journal, che il risk management (trasformare l’incertezza, per sua natura non misurabile, in rischio misurabile), è: “Un imperatore senza vestiti[…] questa è la sconfitta di centinaia di superlaureati”.
Oltre alle critiche dal mondo della finanza, anche in ambito accademico si è dimostrato, grazie ad un nuovo corso di ricerche economico-psicologiche, portate avanti da D. Kahnemann, la infondatezza interpretativa del paradigma dell’uomo razionale; esperimenti e ricerche sul campo, hanno svelato quanto siano rare decisioni esclusivamente razionali e che intervengono motivazioni assai più complesse nei meccanismi di scelta umani80.
Il 7 ottobre 2008 il sistema, definito dall’ex Segretario al Lavoro per B. Clinton Robert Reich “super-capitalistico”, fondato sulla dottrina del shareholder value, ossia creare valore per l’azionista, alla base della iper-finanziarizzazione dell’economia Usa, è entrato in crisi; il colpo di grazia81 è rappresentato dalla nazionalizzane negli Stati Uniti, delle due gigantesche agenzie di mutui, Fanniae Mae e Freddie Mac.
Nella lettura di Reich, negli anni Settanta, si era venuto ad instaurare un nuovo paradigma economico, in sostituzione del capitalismo “democratico” dove si accettava una quota di inefficienza, si tolleravano prezzi più alti, ma si garantiva coesione e stabilità sociale; il nuovo modello invece, pone in primo piano il consumatore e l’azionista, mentre il prezzo delle azioni viene utilizzato come unico metro per giudicare il valore di un’impresa.
Gli amministratori delegati quindi, hanno inseguito il nuovo imperativo morale: tagliare i costi (ma anche drogare i bilanci, con titoli opachi e dal dubbio valore); oggi la scomparsa dal mercato di certi titoli derivati, soprattutto quelli con cui si gonfiavano i bilanci, ed il clima di condanna sociale per le stratosferiche retribuzioni dei manager, sembrano porre fine a questo tipo di capitalismo.

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