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Turchia-Israele fra conflitto e cooperazione

Dalla WWII al Patto di Baghdad
Prima di concentrarci agli anni più recenti della relazione bilaterale fra Ankara e Tel Aviv – ricchi di avvenimenti straordinari e di contraddizioni – che produsse un vasto dibattito nel mondo scientifico, è utile dare uno sguardo al quarantennio 1950-1990, per poter comprendere a sommi capi l’ambiente internazionale in cui si svilupperà l’intesa fra i due Stati sbocciata nel 1996.
Innanzitutto, la Turchia sin dalla fine della seconda guerra mondiale percepì come ostile l’ingombrante vicino sovietico, con il quale esistevano dispute di confine, che soprattutto continuava ad avere mire sugli Stretti e che incoraggiava le mire siriane sulla regione di Hatay (causa prima del “divorzio” fra turchi ed arabi) . A queste pretese, Ankara oppose sempre un netto rifiuto, sperando, e poi – con la proclamazione della dottrina Truman nel 1947 – sapendo di non essere lasciata sola dalle potenze occidentali. Furono quindi le mosse diplomatiche dell’Unione Sovietica a gettare le fondamenta per l’allineamento turco all’Occidente, mentre lo schieramento arabo con l’Oriente, fu la conseguenza dell’atteggiamento dell’Ovest riguardo la questione palestinese . Il riconoscimento da parte turca di Israele il 19 marzo 1949 (il primo Stato Mediorientale a farlo) è da leggersi in tal senso; un importante funzionario del Ministero dell’Informazione spiegò tale vicenda: “Come se [la Turchia, ndr.] volesse enfatizzare il proprio occidentalismo ed il suo approccio obiettivo nell’area” .
Tra il 1951 ed il 1955 Stati Uniti e Regno Unito, considerando la repubblica kemalista un buon alleato utile a mantenere ordine nel Medio Oriente, la convinsero, sebbene riluttante vista la sua impostazione di politica estera basata sul principio dettato da Ataturk di concentrarsi solo sulla protezione dell’integrità territoriale, ad un maggior attivismo nell’area.
Il primo passo fu di inserire Ankara nel piano britannico (poi abortito) “Middle East Defence Organization (MEDO) nel 1951, per giungere alla firma del “Patto di Baghdad” nel 1955, che per la prima volta dal 1923 riallacciava i legami turchi con la regione . In questa fase gli Usa sembrano ancora equidistanti fra arabi ed israeliani, infatti sebbene il suddetto patto fosse una loro iniziativa per costruire un fronte anti sovietico, non si impegnarono aderendovi formalmente, così da non infastidire Egitto ed Israele, entrambi preoccupati che tale organizzazione avrebbe armato i loro rispettivi nemici .
La Turchia accolse favorevolmente la situazione poiché le permetteva di approvvigionarsi di armi moderne ed aiuti finanziari, anche se dal punto di vista diplomatico, dovette fare una concessione al suo alleato arabo Nuri al-Sa’id, presidente iracheno contrariato dalla partecipazione israeliana alla “crisi di Suez”, ritirando il proprio ambasciatore da Tel Aviv il 20 novembre del 1956 . Questa decisione ebbe un unico effetto “cosmetico”, Ankara si affrettò a comunicare alla controparte israeliana di voler continuare ad intrattenere relazioni amichevoli e la missione turca continuò la propria attività come nulla fosse successo, tramite il proprio chargè d’affaire mentre le relazioni commerciali fra i due Stati, di piccola scala ma comunque vantaggiose, rimasero invariate . L’attitudine turca di occidentalismo in salsa araba, divenne da subito impraticabile: nel 1957 aumentarono le frizioni con la Siria, nel 1958 con l’Iraq e nello stesso anno la concessione fatta agli Usa di far stazionare truppe NATO nella propria base di Adana (e quindi un appoggio logistico alla operazioni belliche durante la “crisi del Libano), fecero perdere qualsiasi credibilità di sostegno agli arabi da parte turca, creando malumori sia all’estero che in patria . Da questo momento Israele percepì Ankara come Stato amico, con il quale stringere una solida, ma riservata, alleanza militare inserita nel contesto della dottrina degli “Stati periferici”, ideata da Ben Gurion.

Ben Gurion e la strategia degli “Stati periferici”
David Ben Gurion, primo capo di Governo dello Stato di Israele tra il 1949 ed il 1963 (eccetto il periodo 1954-55), era consapevole del fatto che il suo neonato paese non avrebbe potuto per molto tempo stringere alcun tipo di relazione con gli Stati limitrofi (è sua la politica della rappresaglia verso quegli Stati che permettevano ai palestinesi di sconfinare in Israele ), sviluppò la strategia chiamata degli “Stati periferici” . Se i vicini arabi puntavano a strangolare nella culla il loro nuovo e non gradito vicino, questi rivolse le proprie energie economiche e diplomatiche per costruire legami con Stati non arabi ma comunque gravitanti nell’area mediorientale. In particolare i maggiori sforzi della diplomazia israeliana negli anni ‘50 furono rivolti verso Etiopia, Iran e Turchia. Questi paesi furono fra i primi a riconoscere la sovranità israeliana tra il 1949 ed il 1950, si trovano in posizioni geografiche diverse così da poter garantire a Tel Aviv vettori di influenza dal Nord Africa all’Asia Centrale e soprattutto non sono composti da popolazioni arabe (anzi conoscevano al loro interno una nutrita diaspora ebraica) e quindi non ostili di principio ad Israele. Sarebbe un errore però, sostenere che lo Stato ebraico ignorasse del tutto i propri vicini arabi, si possono collocare all’interno della strategia “periferica”, anche gli assidui contatti intrattenuti con le minoranze non arabe quali la comunità cristiana libanese, i ribelli del Sudan meridionale e la popolazione curda in Iraq .
Per quanto riguarda la Turchia, questa sarà l’ultimo tassello della strategia israeliana; i motivi per “corteggiare” Ankara, oltre a quelli già citati, erano molteplici: membro della Nato, la Turchia si avvicinò ad Yugoslavia e Grecia nel 1953, nella cosiddetta “Alleanza Balcanica”, che alcuni vedono come patto “apripista” a quello successivo fra lo Stato ebraico e kemalista .
Inoltre da parte turca giungevano segnali distensivi riguardo la popolazione ebraica residente nel suo territorio; quando nel settembre 1955 scoppiò la “crisi di Cipro” alcuni manifestanti ostili alla Grecia attaccarono diverse proprietà di ciprioti ebraici, il governo turco si precipitò a dichiarare: “Non abbiamo nessuna intenzione o inclinazione di pregiudicare in qualsiasi modo la sicurezza o i diritti degli ebrei di Turchia” . Ci vollero ancora tre anni perché iniziassero le trattative preliminari all’avvicinamento fra i due Stati. Si può sostenere che la Turchia fosse, in una prima fase, attendista; la creazione dello Stato ebraico avvenne così velocemente e fu così gravida di così tante conseguenze a livello regionale ed internazionale, da sconsigliare cordialità repentine. Un’accelerazione divenne necessaria quando nel 1958 nacque la Repubblica Araba Unita, dall’unione della Siria con l’Egitto; Damasco, storica alleata di Ankara venne percepita come filo-sovietica e quindi persa per sempre . Stesso timore si ebbe per l’Iraq quando nello stesso anno Abd al-Karīm Qāsim salì al potere con un colpo di stato (in questo caso ciò che fece salire la tensione fu lo schieramento di 24 divisioni sovietiche al confine iracheno) . Tra l’inverno e la primavera del 1958 si ebbero i primi contatti segreti fra la diplomazia israeliana e quella turca a bordo di una vascello navigante sul mar di Marmara; in aprile si giunse al primo incontro ufficiale fra l’ambasciatore israeliano Eliyahu Sasson ed il Ministro degli Esteri turco Fatin Zorlu, che aprì la strada ad un vero e proprio incontro al vertice – seppur segreto – fra i rispettivi Primi Ministri . Il 28 agosto del 1958 Ben Gurion dopo un incontro con i propri vertici di stato maggiore, lasciò il paese indossando la divisa militare con direzione Turchia . Quella stessa notte, si vocifera abbia incontrato in segreto i rappresentanti turchi, e siglato un’alleanza militare clandestina con Ankara, anch’essa in cerca di partner affidabili anche a causa degli scricchiolii in seno al Patto di Baghdad (l’Iraq ne uscirà nel marzo del 1959)  .
Da parte statunitense, l’inclusione della Turchia nella strategia “periferica” di Israele, venne considerata in un primo momento con una certa freddezza, temendo forse che questa avrebbe contribuito, se ampiamente pubblicizzata, a gettare ulteriore benzina sul fuoco in un Medio Oriente già surriscaldato; il Presidente Eisenhower non volle mai avvallare ufficialmente questa mossa strategica di Tel Aviv, rifiutandosi di discuterne negli incontri bilaterali Usa-Israele . Le titubanze statunitensi non sembrano del tutto infondate: con l’avviarsi degli anni ’60 la situazione turca apparve traballante a causa di un’economia in crisi (gli aiuti Usa non bastavano per rilanciarla) ed il Partito Democratico, dominante per tutti gli anni ’50, perse di credibilità agli occhi dei militari (più vicini al Partito Repubblicano Popolare) che decisero di sciogliere ed imporre un proprio esecutivo nel marzo 1960 .

La “nuova politica estera” turca da Cipro a Rabat
In questo nuovo contesto di politica interna, la Turchia incominciò una riflessione sulla bontà o meno delle sue precedenti scelte in politica estera.
L’allineamento con gli Stati Uniti venne percepito come poco utile, oltre ai già citati scarsi aiuti economici, vi furono altri due eventi che instillarono il dubbio sulla convenienza di mantenere una linea fortemente filo-occidentale. Nel 1963 Washington prese la decisione unilaterale di rimuovere dal suolo turco la batteria di missili Jupiter, così da migliorare le relazioni con l’Urss, deterioratisi sino alla minaccia di una terza guerra mondiale con la crisi missilistica di Cuba dell’anno precedente; sempre nel 1963 il Presidente americano Johnson, scrisse una lettera al Primo Ministro Inonu avvertendolo che la NATO non sarebbe intervenuta in ausilio alla Turchia, nell’eventualità che la crisi cipriota avesse attirato le ire sovietiche . La politica di riavvicinamento alle posizioni arabe, ripresa nel 1960 quando la Turchia per la prima volta votò in seno alle Nazioni Unite con il blocco dei Paesi africani ed asiatici sulla questione algerina, per manifestare il proprio senso d’isolamento sulla sua posizione riguardo al Patto di Londra di cui abbiamo già parlato nel primo capitolo, trovò conferma nell’indifferenza che gli Usa stavano dimostrandole .
E’ in questa prospettiva – oltre alla prima comparsa ufficiale nell’arena politica di un sentimento religioso con il governo Demirel – che va letta la distensione dei rapporti con l’unione Sovietica; quest’ultima non venne più percepita come una minaccia imminente (sebbene ciò non significhi l’abbandono del blocco Occidentale) ma come l’alleato dei Paesi arabi con i quali si volevano migliorare le relazioni (e magari strapparne l’appoggio sulla questione cipriota), dopo le difficoltà degli anni ’50 .
Questa nuova impostazione di politica estera, improntata a massimizzare il suo duplice ruolo di Stato musulmano ed Occidentale, venne condotta in modo da non danneggiare i rapporti con Israele. Nel 1965 Ankara dichiarò che una sua partecipazione alla Conferenza Islamica di quell’anno sul conflitto israelo-palestinese sarebbe stata “utile”, ma poi rifiutò il piano proposto dal Sovrano saudita Faysal perché ritenuto poco equilibrato . Nel 1967 invece, durante il terzo conflitto fra Stati arabi ed Israele, la Turchia votò all’Onu per la posizione araba, si allineò con la richiesta di ritiro delle truppe israeliane alla linea antecedente il 5 giugno 1967, inviò qualche genere di conforto per la popolazione ma si rifiutò sempre di considerare le operazioni belliche dello Stato ebraico come “aggressioni” . Anche nel 1969 venne mantenuto da parte turca l’approccio basato sull’equidistanza fra arabi e popolazione ebraica, durante l’incontro marocchino a Rabat della Conferenza Islamica; la Turchia accettò di parteciparvi con un’agenda ristretta alle sole questioni politiche riguardanti i fatti della Moschea di Aqsa e lo status di Gerusalemme . In quella sede Ankara si dichiarò disponibile ad accettare senza riserve critiche ad Israele per non aver ottemperato alle risoluzioni ONU, ma che la critica non sarebbe mai passata al livello di “condanna”, e che si sarebbe rifiutata di discutere della questione palestinese, se non sul piano umanitario .

Il difficile rapporto con l’OLP
Con l’aprirsi del nuovo decennio, la Turchia conobbe nuovamente un periodo di instabilità economica e politica che si riflessero anche sulla sua condotta internazionale. Se fino al 1972 non si notano discordanze nella politica estera turca dall’impostazione scelta negli anni ’60, si pensi alla sua  opposizione alla risoluzione ONU (A/PV.2114) riguardante il terrorismo internazionale (e quindi di condanna all’OLP dove gli Stati arabi votarono favorevolmente), con il 1973 l’atteggiamento di Ankara ebbe una decisa svolta pro-araba.
In quell’anno, quando scoppiò la quarta guerra arabo-israeliana, Ankara negò agli Usa l’uso del proprio territorio e delle sue infrastrutture militari per inviare soccorsi ad Israele, mentre concesse ai velivoli sovietici di sorvolarla, così che questi potessero assistere le operazioni belliche egiziane e siriane . Siamo ad un ribaltamento degli eventi rispetto al 1958, ora la Turchia partecipa agli eventi di guerra (sempre e solo con un appoggio di tipo logistico) sostenendo attivamente il fronte anti-israeliano. Tale impostazione, divenne ancora più evidente quando Ankara decise di dare voce e supporto alla causa palestinese all’interno delle Organizzazioni Internazionali. In particolare l’ONU, che in quegli anni sembrò muoversi gradualmente verso posizioni più filo-palestinesi quando li nominò all’interno della propria risoluzione (A/RES/3236) che invocava il diritto del “popolo di Palestina” ad avere “nazionalità indipendente e sovrana”, conobbe per tutto il 1974 l’attivismo pro OLP della Turchia. Questa votò favorevolmente la risoluzione suddetta, anche se non vi era alcun tipo di riferimento alla risoluzione 242 (S/RES/242), dove si riconosce il diritto a tutti gli Stati della regione Mediorientale, Israele inclusa, a vivere in pace; per questo motivo la 3236 vide l’astensione o il voto contrario di tutto il blocco Occidentale. Ancora più sorprendente fu il comunicato congiunto Turchia-Libia del 1975 dove si esprimeva: supporto agli sforzi per la causa palestinese ed il diritto degli Stati arabi a riappropriarsi dei loro territori occupati. Alcuni fanno notare che quest’ultima scelta avesse poco a che fare con la politica internazionale e molto di più con il petrolio; la Turchia infatti risentì pesantemente dell’aumento che l’ “oro nero” conobbe dal 1973 in avanti e vide nella Libia, ricca di tale risorsa, un partner commerciale da corteggiare (con Tripoli si accordò anche per l’invio di 600.000 lavoratori turchi, finita ormai la domanda di forza lavoro dall’Europa) .
Sebbene possa apparire paradossale, il sostegno di Ankara verso la causa palestinese era accompagnato da un certo fastidio verso l’OLP; questi era riconosciuto sul piano formale come il “solo e legittimo rappresentante delle popolazioni arabe di Palestina”  ma il riconoscimento pratico, e quindi la concessione di poter aprire un ufficio di rappresentanza ad Ankara, arrivò solo nel 1979, ben tre anni dopo aver preso tale impegno presso la VII Conferenza Islamica dei Ministri degli Affari Esteri, tenutasi proprio ad Istanbul . Le cause sottostanti i malumori turchi verso l’OLP erano molteplici: tale organizzazione addestrò militanti turchi all’interno delle sue fila e, cosa ben più grave agli occhi di Ankara, l’OLP sembrava collegata ad altri movimenti separatisti quali quelli curdi . Non dobbiamo poi dimenticare che in questi anni la strategia per la liberazione della Palestina cambiò radicalmente, passando dall’attacco ad obiettivi militari allo stragismo sanguinario .  Inoltre l’OLP si schierò contro la posizione turca sulla questione cipriota (denunciandone l’aggressività e sostenendo che l’esercito turco non avesse alcun diritto di stazionare sull’isola) quando non approvò la risoluzione della VII Conferenza Islamica, che sosteneva le tesi turche .
Dopo aver esaminato i punti di frizione fra Turchia ed OLP, resta da spiegare come fu possibile che tale organizzazione aprisse un proprio ufficio ad Ankara. Oltre al già citato impegno presso la Conferenza Islamica, si verificarono sia avvenimenti di carattere nazionale sia internazionale, che premettero in quella direzione; sul piano interno il governo Demirel, favorevole e collaborativo verso il viaggio che Saddat compì alla volta di Gerusalemme nel 1977, vide la forte opposizione da parte della minoranza parlamentare guidata da Erkeban (a guida del Partito della Salvezza Nazionale, di stampo religioso e su posizioni pro-arabe) che condannava la visita del Presidente egiziano. Questo scontro, durante un periodo di instabilità politica palpabile, modificò la posizione di allineamento con l’Ovest di Demirel, in un appoggio alle posizioni arabe da parte del nuovo governo guidato da Ecevit, che nel 1979 si oppose sia agli Accordi di Camp David sia alla pace stipulata fra Egitto ed Israele, perché non menzionavano la questione palestinese . In aggiunta quell’anno un gruppo di militanti palestinesi occupò l’ambasciata egiziana in Turchia, l’OLP prese le distanze dall’evento e si propose come mediatore, accettato sin da subito dal governo turco; la crisi si risolse in tempi brevi ma soprattutto senza spargimenti di sangue, fatto che convinse Ankara dell’efficacia dell’OLP .
Dopo tutti questi avvenimenti la Turchia accettò di concedere la presenza diplomatica palestinese a livello di chargè d’affaire, parificata quindi a quella Israeliana ed incassò il plauso dei vicini arabi.

I difficili anni ‘80
Nel periodo immediatamente successivo all’ennesimo colpo di stato militare in Turchia del settembre 1980, la situazione politica ed economica interna ritornò alla tranquillità; il percorso di avvicinamento ai paesi arabi incominciò ad avere tangibili ricadute economiche: la ripresa del sistema economico turco provocò un incremento della produzione dedicata all’export che, non trovando ampi sbocchi sul mercato europeo (la CEE si irrigidì a causa del golpe militare), ne trovarono invece negli Stati limitrofi. Ciò pose Ankara sin da subito in una situazione difficile: nel luglio del 1980 Israele dichiarò di voler spostare la propria capitale nella città di Gerusalemme; nello stesso mese una delegazione di quindici Stati musulmani guidati dal rappresentante in Turchia dell’OLP, incontrarono il Primo Ministro turco Suleyman, chiedendo la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele . Suleyman non era dello stesso avviso, ma anche per accontentare la combattiva opposizione del Partito della Salvezza, decise di richiamare il chargè d’affaire da Tel Aviv per consultazioni nelle quali rivalutare gli accadimenti; in agosto venne chiuso il consolato turco a Gerusalemme. Nel dicembre, in pieno regime militare, si decise di ridurre la presenza diplomatica turca in Israele al livello di “secondo segretario”; tale scelta venne motivata dall’approccio israeliano “intransigente sul conflitto Mediorientale e sullo status di Gerusalemme” . Con questo gesto, forte ma non di rottura aperta con Israele, la Turchia riuscì a mantenersi nel suo delicato equilibrio di Stato musulmano interessato a trovare una soluzione alla questione palestinese, senza poter essere etichettato come anti-occidentale. La conferma di ciò avvenne nel 1982, quando durante il voto all’ONU sulla risoluzione che condannava l’annessione delle alture del Golan da parte di Israele e chiedeva alla Comunità Internazionale di prendere le misure più appropriate (ES 9/1), Ankara si astenne .
Nel 1984 si tenne a Casablanca il quarto incontro dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, la Turchia vi partecipò scatenando l’inquietudine delle cancellerie occidentali; la delegazione turca era guidata infatti dal Presidente Evren ( era la prima volta che ad un incontro “islamico” la Turchia inviava la sua massima carica) che nel suo discorso chiamò gli Stati arabi ad unirsi: “attorno ad una singola, effettiva e realistica contro-strategia” da opporsi a quella israeliana nella regione . Sebbene le parole usate dal Presidente possano sembrare poco moderate, il punto di riferimento al quale stringersi venne esplicitato nel “Piano di Fez”, approvato dal summit arabo del 1982, nel quale si riconosce, sebbene implicitamente, lo Stato di Israele. L’appello era quindi moderato e la Turchia volle ribadire nel 1986 attraverso il suo Primo Ministro Ozal la necessità turca di mantenere i contatti con Israele come “finestra su futuri eventi” . L’apertura di Ozal fu forse la conseguenza del fatto che nel 1985 Israele volle far notare la propria benevolenza inviando una rinnovata missione diplomatica ad Ankara, ripristinata al grado di chargè d’affaire; l’anno dopo la Turchia restituì il favore, riportando le relazioni bilaterali a quelle pre 1980 . Il riavvicinamento ufficiale fra i due Stati, venne “celebrato” all’ONU nel settembre del 1987 quando i rispettivi Ministri degli Esteri si incontrarono durante un meeting dell’Assemblea Generale.
Ciò nonostante Ankara riuscì a non guastare i rapporti – mai facili – con l’OLP e nel 1988, infatti, il 15 novembre, la Turchia fu il primo ed unico membro dell’Alleanza Atlantica a riconoscere il “nuovo Stato Palestinese”, nato dall’incontro della dirigenza dell’OLP ad Algeri tra il 12 ed il 15 dello stesso novembre . Ankara vide di buon occhio quest’iniziativa palestinese perché vi si accettava la risoluzione ONU 242, che prevedeva il riconoscimento dell’esistenza di Israele, in linea con la posizione turca.
Se come abbiamo visto gli anni ’80 furono un momento, se non critico nemmeno disteso, nei rapporti bilaterali Turchia-Israele, il decennio successivo passerà alla storia come il periodo di maggior intesa fra i due Paesi in cui le divergenze passate apparirono come “spettri remoti”.

La nascita dell’asse Ankara-Tel Aviv
La posizione turca di “equidistanza” nelle sue relazioni fra mondo arabo ed occidentale, subisce un forte shock con la prima guerra del Golfo scoppiata nell’agosto del 1990, facendo pendere la bilancia turca, verso posizioni esplicitamente filo-americane . L’invasione del Kuwait da parte irachena, venne sfruttata dal Presidente Ozal per presentare la Turchia nella nuova veste di alleato strategico per gli Usa; tale scelta colse di sorpresa molti turchi, anche fra i meglio informati come il capo di Stato Maggiore Torumtay, che alla richiesta di dispiegare le truppe sul confine iracheno, rispose dando le dimissioni . La decisone turca non fu però un fulmine a ciel sereno, ma un’attenta valutazione strategica: i membri della NATO, soprattutto quelli europei, dimostrarono grande titubanza nello schierare unità aeree o di artiglieria sul suolo turco, facendo aumentare il sentimento di isolamento e di vulnerabilità di Ankara, al quale questa rispose proponendo a Washington di stringere una “nuova cooperazione strategica” mai decollata . Oltre a ciò, l’interesse turco per Baghdad risiedeva – e risiede tutt’ora – nella nutrita comunità curda, che l’Iraq ospita nella parte settentrionale del paese; questa avrebbe potuto organizzarsi in un’entità politica autonoma, e destabilizzare ancor più le provincie turche confinanti, dove da anni si stava svolgendo un sanguinoso braccio di ferro fra esercito turco e militanti del Pkk (Partito Lavoratori del Kurdistan) .
Ankara giocò un ruolo fondamentale nella strategia Usa verso l’Iraq; senza una sua effettiva collaborazione, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 661, che sanciva il totale embargo a Saddam Hussein sarebbe stata di scarsa efficacia . Non fu una posizione indolore però, la Turchia infatti troncò un discreto scambio di merci (valutabili attorno al miliardo di dollari per i beni/servizi ed altri 700 milioni di “scambi invisibili”) ma soprattutto, il cruciale oleodotto Kirkuk-Yurmurtalik rinunciando a petrolio e soprattutto alle royaltes che Ankara incassava da quello (c.ca 300 milioni di dollari) .
Oltre a ciò, la Turchia dopo mesi di dibattito parlamentare, accettò che dal 15 gennaio 1991 le proprie basi, in particolare quella dell’aeronautica presso Incirlik, potessero essere utilizzate dalla NATO per lanciare attacchi verso l’Iraq, cosa che avvenne già il giorno 18 . Durante le vere e proprie operazioni belliche, l’esercito turco non sconfinò ma si limitò a garantire la sicurezza del confine iracheno; scesa la calma sul campo di battaglia, emerse però il problema dei rifugiati, soprattutto curdi che vennero, in un primo momento, accolti nella penisola anatolica. Per Ankara questo fu il momento di maggior tensione con il Pkk, che godendo dell’instabilità irachena e del gran numero di armi ivi presenti, incominciò a bersagliare i soldati turchi; tra il 5 ed il 16 agosto 1992 la Turchia portò avanti un’operazione di rastrellamento in tutto il Nord Iraq, provocando decine di morti ed attirandosi critiche, soprattutto da parte europea.
Oltre che per il conflitto iracheno, nei primi anni ‘90 la diplomazia turca si fece notare per altre due scelte: nel dicembre del 1991, il giorno 16, la delegazione turca all’ONU si astenne dal votare la riproposizione della risoluzione del 1975 che chiedeva di inserire il Sionismo fra le ideologie razziste (A/RES/3379 e A/RES/46/86), mentre, cosa ben più importante, decise di promuovere le proprie relazioni bilaterali sia con Israele sia con l’OLP al massimo livello di “ambasciatore” il 19 dello stesso mese .
Quest’ultima scelta non venne presa casualmente, ma venne concepita dai turchi come una mossa tattica ribadire la propria posizione sul conflitto arabo-israeliano; sei settimane prima si era svolta la Conferenza di Madrid, dove le discussioni vertevano tutte sulle risoluzioni ONU 242 e 338, entrambe in linea con il pensiero di Ankara . Nonostante il trattamento turco, formalmente paritetico rispetto ad Israele, l’OLP scomparì quasi del tutto dall’agenda di Ankara; innanzitutto Arafat commise l’errore di appoggiare Saddam Hussein durante la guerra del Golfo, mentre cosa di maggior rilievo, la Turchia valutò come poco remunerativa la sua politica pro-araba. Il prezzo del petrolio non era più così proibitivo come nei primi anni ’80 e già nel 1992, le esportazioni turche fluivano per ben due terzi verso i Paesi OCSE, mentre solo un 20% era diretto verso Stati musulmani, inclusi quelli non arabi dell’Asia centrale ed orientale . Il Medio Oriente era quindi percepito dai turchi non più come un “mercato”, con il quale stringere rapporti di partnerariato, ma bensì come una delle regioni più instabili del globo. Israele era, da sempre, dello stesso avviso. Furono queste valutazioni sulla sicurezza dell’area che spinsero Ankara e Tel Aviv a stringere legami più solidi; nel giugno del 1992 si compì il primo piccolo passo, siglando un accordo bilaterale sulla cooperazione turistica . In novembre dell’anno seguente, il Ministro degli Esteri turco Cetin visitò Gerusalemme per proporre una collaborazione nelle neo Repubbliche caucasiche, e tornò in patria avendo concluso diversi accordi di scambio sia culturali che economici. Venne seguito nel 1994 dalla visita ufficiale del Primo Ministro Ciller, che nel suo viaggio a Tel Aviv lanciò la proposta di allacciare una “relazione strategica” e siglò due protocolli di collaborazione, uno di anti-terrorismo, l’altro di scambio di informazioni di intelligence .
Con la visita ufficiale del Presidente turco Demirel in Israele tra l’ 11 ed il 14 marzo le relazioni bilaterali conobbero un ulteriore salto in avanti; si firmarono altri quattro accordi su: cooperazione economica, zona di libero scambio (mai avviata), promozione e protezione degli investimenti reciproci e norme per prevenire una doppia imposizione fiscale nei rapporti commerciali . Sul versante strategico invece, si era già giunti ad una collaborazione militare, decisa il 23 febbraio del 1996, dove si prevedeva che gli eserciti dei due Paesi avrebbero svolto esercitazioni comuni, soprattutto per quanto riguarda l’aeronautica, e che quella Israeliana avrebbe avuto accesso ai cieli turchi per impratichirsi del volo in zone montagnose . Qualche mese più tardi, il 26 agosto, ci si accordò anche per lo scambio di tecnologia militare avanzata, fatto che permise alla Turchia di aver nuovamente accesso ad armamenti moderni dopo vent’anni di embargo Usa (dal 1975 Washington decise di usare tale strumento per fare pressioni riguardo la questione cipriota). La Turchia si lanciò in un programma di ammodernamento e riarmo delle proprie forze armate, prevedendo di spendere 31 miliardi di dollari nei primi cinque anni e di raggiungere la somma di 150 miliardi, nell’arco di mezzo secolo; Israele avrebbe contribuito sia fornendo direttamente gli armamenti, sia la tecnologia necessaria per poter avviare la produzione bellica direttamente in Turchia . In questa cornice, Israele ottenne tra il 1996 ed il 2001, commesse per 54 aerei da combattimento classe F-4 Phantom, di 48 F-5 (in collaborazione con un partner di Singapore), per la fornitura di 23 sistemi di droni e di 4 aerei radar; dal lato della coproduzione ci si accordò per centinaia di missili aria-terra Popeye I e II, un migliaio di carri armati di nuova generazione, di 145 elicotteri d’attacco e, dal 1998, lo sviluppo di un programma missilistico antibalistico simile al sistema Arrow con un raggio d’azione di 150 km .
Da parte israeliana l’avvicinamento strategico ad Ankara, fu la conseguenza di un cambio di strategia dall’unilateralismo al multilateralismo; le motivazioni sottostanti tale scelta possono essere individuate nella proliferazione regionale di missili a lungo raggio e di armi di distruzione di massa e dalla riflessione, conseguente alla guerra del Golfo quando vide il suo territorio minacciato dagli scud iracheni, di non possedere più un’autonoma capacità di tutela dei propri interessi . Inoltre grazie alla forza militare del nuovo alleato e della sua posizione geografica , Tel Aviv seppe di poter esercitare una forte deterrenza sui tre suoi acerrimi nemici: Iraq, Iran e Siria che, infatti, protestarono vivamente ed incominciarono a rafforzare o rinnovare i loro rapporti diplomatici . Ai malumori espressi dalla quasi totalità delle cancellerie mediorientali (eccezion fatta per la Giordania), le diplomazie turche ed israeliane risposero che i loro rapporti strategici non erano motivati da intenti aggressivi, e che questi non fossero diretti a minacciare alcuno Stato terzo . Sebbene il peso delle questioni militari fu sicuramente notevole nella relazione bilaterale Turchia-Israele, alcuni sottolineano che l’utilizzo della parola “alleanza” sia erroneo proponendo la definizione di “partnership strategica”; nella concezione tradizionale del termine infatti, si sottointendono qualità specifiche quali: la definizione del casus foederis ossia le cause che obbligano i contraenti ad un’assistenza militare reciproca, mancano del tutto i riferimenti per definire una difesa mutuale e non si accenna a coordinazioni militari formali .
L’intesa fra i due paesi, apparve in questa fase come: solida, stabile e duratura; erano le due maggiori forze economiche e militari della regione, entrambi condividevano la volontà di mantenere lo status quo in Medio Oriente, seguivano un approccio filo statunitense ed i legami commerciali e di difesa sottolineavano la volontà di protrarre questa relazione nel lungo periodo . Poi venne l’ 11 settembre, il mondo cambiò e così anche i rapporti fra Turchia ed Israele.

La fine di un’amicizia
Quando nel mondo occidentale scoppiò – e venne alimentato – il terrore per il “mondo islamico” dopo i tragici eventi che insanguinarono le strade degli Stati Uniti nel settembre 2001, anche nei Paesi musulmani si acutizzò la tendenza a guardare agli eventi globali come ad uno “scontro fra civiltà”.
Questo gettò benzina sul fuoco sulla percezione (mai ottima) che i musulmani avevano di Israele, già fortemente criticata, anche in Turchia, dallo scoppio della seconda intifada . Fino al 4 aprile del 2002, i rapporti fra Turchia ed Israele si mantennero distesi; sebbene nelle città turche avvenissero numerose manifestazioni per condannare l’uso della forza militare israeliana contro la popolazione palestinese, la diplomazia di Ankara tese a tenere separate le relazioni israelo-turche da quelle israelo-palestinesi .  Quel giorno però, il Primo Ministro Turco Bulent Ecevit impressionato dal bombardamento della residenza di Arafat, durante una riunione del suo partito denunciò Israele per il “genocidio” che stava portando avanti nei riguardi dei palestinesi e gli Usa per la loro indifferenza; in meno di quarantott’ore questi ricevette la chiamata del Vice Presidente americano Dick Cheney e lettere di protesta da parte di nove influenti organizzazioni ebraiche . Il giorno seguente Ecevit provò a sminuire la portata delle sue parole, sostenendo che fossero state interpretata troppo eccessivamente e, che lui volesse esprimere il sentimento comune a molti nella regione; disse che la politica turca verso Israele non era cambiata e due settimane dopo lanciò una campagna per confermare la cooperazione fra i due Stati . A parte le proteste ufficiali, l’unico effetto immediato che tale dichiarazione ebbe nelle relazioni bilaterali, fu la cancellazione delle esercitazioni di marina congiunte.
Certamente gli Usa ebbero un certo peso nel distendere i rapporti fra Tel Aviv ed Ankara; impegnati nelle operazioni belliche della seconda guerra del Golfo, necessitavano dell’appoggio turco per far stazionare le proprie truppe in Turchia, di usarne le basi aeree e di utilizzarne la frontiera con l’Iraq come per aprire un secondo fronte. La proposta americana prevedeva la dislocazione di 62.000 soldati Usa in Turchia, la richiesta di invio di truppe turche in Nord Iraq, due miliardi di dollari in forma di “aiuto”, la redifinizione per 24 miliardi di dollari di debito turco e la promessa di mantenere l’Iraq unito (e quindi di non appoggiare le richieste curde di un Iraq federale) . Tutto ciò non bastò a convincere il governo di Ankara; ufficialmente si sostenne che fino a quando sarebbe mancata una legittimazione internazionale alla guerra, il parlamento non avrebbe potuto votare la partecipazione turca .
Intanto le relazioni turco-israeliane sembravano tornare alla normalità: nel luglio del 2003 il Presidente israeliano Moshe Katsav visitò Ankara, il ministro degli Esteri turco invitò ed incontrò il suo omologo israeliano ed in agosto si tennero le manovre di marina congiunte Turchia-Usa-Israele (Reliant Mermaid) al largo delle coste anatoliche . Passati pochi mesi, nel marzo del 2004, volarono nuovamente scintille: da una parte il Ministro degli Esteri turco Gul espresse la volontà di inviare un ambasciatore presso l’ANP, dall’altra Israele rispose che avrebbe fatto lo stesso nel “Kurdistan” nord iracheno, provocando la chiamata ad Ankara dell’ambasciatore turco in Israele per consultazioni, ed in seguito il suo repentino ritorno in sede . In settembre poi, il Primo Ministro turco Recep Erdogan, accolse presso il parlamento turco una delegazione palestinese guidata da Abbas Zaki, riaffermando la condanna agli attacchi israeliani sui civili palestinesi e promettendo una maggior assistenza turca . Lo stesso Erdogan rincarerà la dose, dopo che nella striscia di Gaza vennero assassinati i massimi esponenti di Hamas Ahmad Yassin e Abd al’Aziz al Rantisi, definendo l’accadimento come “terrorismo di Stato”; Ankara richiamò nuovamente ambasciatore e console per consultazioni, denunciando con vigore “a violenza delle azioni israeliane contro i palestinesi” . Nel gennaio del 2005 si tentò di ricucire lo strappo; il Ministro degli Esteri turco Gul fece visita ad Israele e Territori Occupati, seguito da un centinaio fra uomini d’affari e giornalisti . Poco più tardi fece lo stesso Erdogan, anch’egli con un largo seguito di affaristi, che dichiarò che la Turchia “ha buoni rapporti con Israele che non ci impediscono di esercitare delle sane critiche. La mia visita doveva servire a dare nuovo impeto a questa relazione” . Israele rispose conciliante accogliendo di voler riprendere l’amicizia con l’alleato, ricordando l’importanza dell’ingresso turco nella UE, passo che “favorirà la stabilità in Medio Oriente”, e sostenendo che le relazioni con la Turchia “possono servire da modello per i Paesi arabi moderati” . Grazie a questi incontri si decise di ampliare lo scambio commerciale fra i due Paesi nei campi delle infrastrutture energetiche, dell’acqua e delle comunicazioni e di sviluppare una “Qualified Industrial Zone” congiunta, progetto nato nel 1997, ma rimasto sino a quel momento in un cassetto .
Anche quest’ultimo tentativo di ripristinare rapporti sereni con Tel Aviv ebbe breve durata; nel febbraio del 2006 il partito dell’AKP invitò Hamas ad inviare delegati in Turchia riconoscendolo prima di tutto come partito politico (a mesi si sarebbero svolte le elezioni dell’Autorità Palestinese), provocando vive proteste in Israele . Da parte israeliana sembrò che non fosse più possibile fidarsi totalmente di Ankara, si cercò di non pubblicizzare più di tanto lo strappo, se non nell’immediato, e continuare la relazione badando più agli affari che alla politica; quest’atteggiamento divenne chiaro l’anno seguente, quando Israele nella notte tra il 5 ed il 6 settembre compì un raid aereo contro posizioni siriane nei pressi di Deir ez Zor . Il fatto passò del tutto inosservato, sia dai Paesi arabi sia da quelli occidentali; Ankara non venne allertata, sebbene i caccia israeliani ne avessero sorvolato territorio ed acque territoriali, per giungere a destinazione, e protestò fortemente per vie diplomatiche . Il malumore turco rientrerà solo due mesi più tardi, quando Olmert a Londra e Peres ad Ankara pronuncieranno formalmente le loro scuse per l’accaduto .
Fu però un’altra azione bellica israeliana, a rompere definitivamente la fiducia turca nei suoi riguardi, ossia l’ “Operation Cast Lead” del 27 dicembre 2008. Tra il 27 dicembre ed il 2 gennaio caccia israeliani bombardarono la striscia di Gaza, colpendo obiettivi militari e civili, sostenendo che questa fosse una risposta al lancio di alcuni missili da parte di Hamas sul suo territorio . Il tre gennaio incominciarono le operazioni di terra che coinvolsero la città di Gaza, provocando tra i 1100 ed i 1400 morti civili; il 18 gennaio Israele annunciò unilateralmente il cessate il fuoco e smobilitò definitivamente il 21 dello stesso mese . L’operazione fu un vero e proprio massacro, aggravato dall’uso di armi quali il fosforo bianco e bombe del tipo “Dense Inert Metal Explosive” su civili inermi . Nella confusione fra le cancellerie arabe, il premier turco Erdogan si accreditò come mediatore; d’altronde la Turchia era rispettata fra gli arabi, aveva solidi legami con Israele, un’importante partnership con gli Usa e da mesi stava facendo pressioni su Israele perché alleviasse l’embargo a Gaza . La posizione di Erdogan passò velocemente da quella di mediatore, a quella di parte in causa condannando vivamente l’accaduto ed ipotizzando di riconsiderare i legami economici e strategici con Isreale .
La rottura divenne plateale al vertice del World Economic Forum di Davos del 23-27 gennaio 2009, quando Erdogan condannò con grande foga l’operazione Israeliana, chiamandola “crimine contro l’umanità” ed arrivando allo scontro verbale con il Presidente Shimon Peres . La vicenda ebbe strascichi ulteriori nel 2010, quando, in pieno tono di sfida, Ankara organizzò, collaborando con la ong Foundation of Humanitarian Relief, una spedizione umanitaria navale chiamata “Freedom Flottilla” per rompere l’embargo sulla striscia di Gaza e rifornire la popolazione di generi di prima necessità . Per Tel Aviv quello era semplicemente un atto di aggressione: dichiarò che la flottiglia era composta da fiancheggiatori di terroristi, che a bordo delle navi probabilmente vi erano armi dirette ad Hamas e che quindi la spedizione navale non avrebbe avuto il permesso di attraccare nella Striscia, se non dopo un’ispezione israeliana presso il porto di Ashdod che gli attivisti rifiutarono . Il 31 maggio, in piene acque internazionali, un commando israeliano fece entrò in azione, uccidendo nove civili di nazionalità turca e ferendone altre decine . La reazione di Ankara fu furiosa, Erdogan interrompendo il proprio viaggio di Stato in America Latina rientrò in patria, dove davanti al parlamento minacciò che “Israele pagherà a caro prezzo l’effusione di sangue turco”; il Ministro degli Esteri Davutoglu volò immediatamente a New York per intervenire davanti alla riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza, condannando vivamente Israele (il Consiglio si limitò però a deplorare il comportamento israeliano) . Per un attimo si temette una risposta militare turca.
Intanto il Segretario Generale dell’ONU promise di dare il via ad una indagine conoscitiva sull’incidente in modo “pronto, imparziale, credibile e trasparente, in conformità con gli standard internazionali” . La Turchia insistette per ottenere scuse formali e l’avvio di una commissione di indagine internazionale. Il 23 luglio 2010 il “United Nations Human Rights Council” diede il via alle investigazioni internazionali sull’accaduto; le conclusioni furono che il commando israeliano uccise a sangue freddo sei civili a bordo della “Mavi Marmara” e dichiarò che non vi fossero prove di colpi d’arma da fuoco da parte degli assaliti . Nel rapporto, si raccomandò che Israele pagasse una somma risarcitoria e che l’embargo totale sulla striscia di Gaza fosse “totalmente intollerabile ed inaccettabile per il XXI secolo” .
Ad oggi le relazioni bilaterali fra Turchia ed Israele sembrano ancora soffrire a causa di questo tragico evento; volendo sbilanciarci, possiamo prevedere che nel prossimo futuro i rapporti si manterranno solidi sul piano economico, ma che un’intesa strategica simile a quella fiorita nei tardi anni ’90 è altamente improbabile.

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