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Il Mercato: un Bene Comune?

Ad oggi gli Stati sono dovuti intervenire, volenti o nolenti, all’interno delle rispettive economie, nel tentativo di tamponare quella che viene ormai definita, la più grave crisi dai tempi della Grande Depressione.
Il solo intervento dello Stato però, non prefigura un ritorno alle politiche Keynesiane, la nostra domanda di fondo, ma segna a detta di molti, come lo Stiglitz che arriva a paragonare la caduta di Wall Street a quella del muro di Berlino, la fine di un’era improntata all’antico concetto di capacità auto-regolamentatrice del mercato.
Il venir meno di un approccio ideologizzato alle questioni economiche, è una prima precondizione per chi si auspica un ritorno alle teorie di Keynes; su questo punto sarà necessaria una forte riflessione politica, visto che le forze più rappresentative, sia di sinistra sia di destra, sembravano convergere su molti punti dell’ideologia del laissez faire.
L’assenza di regole nei mercati, è vista ormai dalla stragrande maggioranza degli esperti, come uno dei fattori scatenanti alla base dell’attuale crisi. Le classi dirigenti quindi, dovranno ed ora potranno, visto il mutato clima culturale, sviluppare sistemi di controllo dei meccanismi di mercato, soprattutto nella sfera finanziaria.
Esistono, inoltre, altri elementi che minano un equilibrato sviluppo economico e sui quali lo Stato, rimanendo fedele al dettato di Keynes, può intervenire.
Innanzitutto, si dovrebbe tornare a meccanismi ridistribuivi del reddito nazionale, più equilibrati.
Nel caso italiano, ad esempio, troviamo che il 60% delle famiglie ha un reddito inferiore a quello medio; sempre rimanendo all’Italia, il suo prodotto interno, espresso in termini reali, è cresciuto dal 1992 al 2006 del 16,8%; di questi, solo il 2,2% (pari al 13% sul totale) è stato destinato ai lavoratori, mentre degli altri 14,5 punti (87% sul totale), hanno beneficiato le imprese. Ciò significa, che gli aumenti di produttività del sistema paese, sono andati quasi esclusivamente ai profitti ed alle rendite, comportando una forte compressione salariale e quindi, un progressivo impoverimento delle fasce basse della popolazione, quelle con la più alta propensione al consumo.
Per meglio comprendere le dinamiche ridistributive italiane, riportiamo di seguito alcuni grafici, elaborati sulla base di dati Ocse ed estrapolati dal recente articolo del Perri, a cui rimandiamo per un commento alle statistiche.

Per una lettura confortevole dei grafici con un click sopra l’immagine, questa si aprirà in una nuova finestra.

Nel Grafico 1, è visibile l’aumento della diseguaglianza fra i paesi Ocse a partire dagli anni Settanta, caratterizzata dalla diminuzione della quota di retribuzione del lavoro sul reddito nazionale ed il pronunciato calo di questa in Italia.

Nel Grafico 2, si nota che la quota del reddito nazionale italiana, che si ottiene attraverso il lavoro, è la più bassa tra i paesi che si stanno confrontando.

Nel Grafico 3, è rappresentato l’indice di concentrazione dei redditi, l’indice Gini. L’Italia risulta avere verso la metà degli anni 2000 un alto indice di Gini, inferiore solo a quello degli USA tra i paesi considerati e superiore alla media di 24 paesi dell’OCSE.

Nel Grafico 4, troviamo un confronto fra i redditi mediani ed i redditi medi, dei decili, sia più poveri, sia più ricchi della popolazione. L’Italia sia per il reddito mediano che per il reddito del 10% più povero è l’ultima tra i paesi considerati; sebbene ha redditi minori rispetto alla media OCSE, il reddito del 10% più ricco della popolazione, risulta più alto rispetto alla media OCSE.

Nel Grafico 5, è riportata l’elasticità dei redditi fra generazioni; l’Italia è seconda solo al Regno Unito per immobilismo sociale.

Nel Grafico 6, vediamo l’efficacia ridistributiva dell’intervento pubblico; L’Italia presenta parametri inferiori alla media Ocse, paragonabili a quegli Stati dove non è sviluppato un sistema di welfare.

Sempre rimanendo in un’ottica ridistributiva, altro importante elemento d’azione nelle mani del Governo, è lo strumento fiscale; il nostro paese è gravato da una pressione erariale paragonabile agli altri Stati in zona euro, ma presenta alcune anomalie: alte aliquote sproporzionate al reddito ed una forte evasione fiscale.
Per questo, è urgente un’innovativa politica fiscale, che innalzi la tassazione sulle fasce a maggior reddito, le abbassi ai meno abbienti, ma soprattutto comunichi un rinnovamento culturale della classe dirigente, vista oggi come inefficiente se non addirittura corrotta.
L’azione governativa potrebbe seguire due direttive principali: la lotta all’evasione fiscale ed un tangibile miglioramento, sia in termini qualitativi sia in quelli quantitativi, dei servizi ai cittadini, tali da ricostruire un rapporto fiduciario fra cittadino e Stato così da giustificare la maggior pressione fiscale per i più ricchi.
Altra questione della quale lo Stato dovrebbe interessarsi, è quella del capitale umano; il “grande balzo” cinese, indiano e brasiliano si è fondato, non più sul raggiungimento di obiettivi produttivi del tutto sconnessi dal tessuto economico dei vari paesi (come lo fu quello lanciato da Mao Tse Dong, per sorpassare l’Inghilterra nella produzione di acciaio), ma sull’accumulazione, sia di competenze teoriche che tecnologie, che hanno permesso a questi paesi emergenti di competere con i quelli cosiddetti avanzati.
Stati come la Cina, la Corea del Sud, la Malaysia e Taiwan hanno conosciuto un grande sviluppo delle loro economie, basandosi su due principi: in primo luogo investire pesantemente in istruzione primaria e non ed in ricerca scientifica, in secondo luogo hanno scelto i settori industriali sui quali puntare (hi-tech), anziché lasciare la decisione al solo mercato.
Per l’Italia la questione è pressante, poiché il settore industriale pur favorito dalla politica ridistributiva, come già detto prima, non ha conosciuto un aumento del tasso di investimento, né una crescita in spese destinate all’innovazione e quindi un aumento della propria competitività. Inoltre il settore della ricerca scientifica, pur producendo ottimi ricercatori, è a dir poco sotto-finanziato e mal collegato al settore industriale, che per sua specializzazione si trova a competere con i paesi emergenti.
Per l’Italia quindi, si potrebbe proporre il ricorso alle politiche suggerite da Stiglitz e Greenwald, sulla infant economy: ricorrere a dosi di protezionismo, da limitarsi nel tempo ed ad settori industriali prescelti, per le esternalità positive che questi possono produrre per l’intero sistema paese, si pensi a mo’ di esempio alle innumerevoli ricadute in tutti i settori della società che ha l’innovazione, ma ciò significa quindi, riflettere sul fatto che non sempre i mercati funzionano bene e sulle capacità correttive dello Stato. Tale impostazione presenta però delle limitazioni, visto il nostro appartenere all’Unione Europea, di per sé avversa a meccanismi protezionistici. Inoltre i settori che in questo momento richiedono aiuti dallo Stato sono quelli tradizionali, mentre per un rilancio dell’economia reale sembrano oggi avere più importanza altri comparti, con particolare riferimento alla Ricerca e Sviluppo. Tale campo dal canto suo, richiede forti iniezioni di liquidità che, in Europa, potrebbero essere individuate nell’eccessiva mole di riserve di moneta ed oro, detenute dagli Stati membri e che con l’introduzione dell’euro hanno perduto la loro ragion d’essere; queste riserve quindi potrebbero essere convogliate in un ipotetico fondo sovrano europeo ed essere utilizzate se non direttamente per investimenti produttivi, come loro garanzia.

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Similitudini fra le crisi economiche del 1929-2008, versante finanziario

Versante finanziario
Il motivo che mi ha spinto ad una comparazione fra la Grande Depressione del 1929 e l’attuale crisi economica, risiede nel fatto che numerose caratteristiche le accomunano, nonostante le grandi trasformazioni che il mondo ha conosciuto negli ultimi ottant’anni.
In una prima analisi si possono elencare alcune evidenti similitudini riscontrabili nel settore finanziario; in primis, è riscontrabile lo stesso clima euforico, che si respirava negli ambienti finanziari nei periodi appena antecedenti le crisi: prima del crollo del 29’ la finanza Usa aveva conosciuto un forte boom, nell’immobiliare conclusosi nel 1925 e nella impressionante crescita dell’indice azionario di Wall Street, che nel tre settembre 1929, toccò il picco del Dow Jones di 381,1725.
Per quanto riguarda la situazione odierna invece, l’esuberanza del settore finanziario americano, ma anche mondiale, è evidente dal 1994, con una caduta nel 2001, ma sarà nel 2007, il nove settembre, quando il Dow Jones raggiungerà l’indice massimo di 14164,53, che si toccherà con mano l’apice americano.
Anche in questa crisi, la bolla immobiliare, finanziata e rifinanziata ampiamente, ha avuto conseguenze dirompenti: infatti, proprio come nel 1929, le autorità monetarie furono totalmente neutrali nei confronti delle valutazioni degli asset26, sia immobiliari che azionari, ponendo la loro attenzione esclusivamente all’inflazione dei prezzi al consumo.
Proprio come negli anni 20’ quindi abbiamo elevatissimi rialzi nei prezzi degli asset, accompagnati da un’inflazione contenuta, che ha comportato un fortissimo indebitamento delle famiglie statunitensi sia per l’acquisto di immobili, che sembravano essere alla portata di tutti, poiché con prezzi in continua crescita chiunque aveva la tentazione di indebitarsi scommettendo sui ricavi futuri frutto della vendita dell’immobile a prezzo maggiorato, ma anche per beni non durevoli quali i servizi essenziali come istruzione e sanità.
Altra importante similitudine, è una prorompente innovatività del settore finanziario, riscontrabile in entrambi i periodi; negli anni Venti furono inventati gli investment trusts e si conobbero grandi flussi speculativi, grazie al finanziamento degli acquisti in borsa con grandi capitali a margini temporali molto contenuti.
Gli intermediari finanziari erano molto aggressivi sul mercato, infatti, offrivano finanziamenti a basso costo anche per impieghi ad alto rischio, questo perché ad avviso di Rosselli27: “L’esperienza americana della banca mista, era stata, specialmente negli anni Venti, quella di un ordinamento bancario despecializzato quanto a durata del credito, a intermediazione in titoli di rendita e di partecipazione, a interessenza, in imprese non bancarie: le grandi banche costituivano veri e propri grandi magazzini della finanza”.
Stessa estensione del credito ed assunzione di rischi non gestibili, è riscontrabile nella finanza di inizio millennio, con operatori finanziari spinti alla competitività da un quadro di progressiva deregolamentazione, oltre all’esistenza di comparti operanti in assenza di controlli efficaci e di un enorme indebitamento del settore famiglie, come illustratoci da White28, nella sua analisi del debito delle famiglie americane fra il 1980 ed il 2005.
In questo studio è presentata una situazione dove il rapporto fra credito revolving e la mediana del reddito passò dal 3,2% al 13% mentre il debito ipotecario dal 57% al 156%, con la conseguenza di un annullamento della propensione al risparmio, e quindi l’imposizione al tesoro americano di una politica del tasso d’interesse il più basso possibile29, poiché ad ogni aumento dello stesso il reddito disponibile si sarebbe fortemente ridotto.
A ciò si aggiunga inoltre, il dramma delle sempre più frequenti bancarotte dei singoli, che negli Usa è passata dai 288000 casi del 1980, ai due milioni del 2005, per scendere ai 850912 fallimenti personali nel 200730.
Ulteriore somiglianza finanziaria fra il 1929 ed il 2008 è, sia il forte calo degli indici di borsa statunitense, -89,19% l’otto luglio del 1932, -42,28% il 27 agosto 2008, sia la loro grande volatilità, +14,87% il sei settembre 1931, +12,34% il 30 settembre del 1929, mentre il tredici ed il ventotto settembre 2008, vedono registrare impennate storiche, nel primo di +11,08% ossia il quinto rialzo maggiore nella storia borsistica americana, nel secondo del +10,88%, il sesto maggior rialzo.
Un ulteriore parallelismo storico-finanziario, potrebbe venire osservando il caso dell’Inghilterra degli anni Venti e degli Usa nel 2008, dove entrambi i paesi presentano un fortissimo disavanzo con l’estero.
La Gran Bretagna soprattutto con gli Usa, grazie a politiche deflazionistiche nel tentativo di mantenere un’egemonia finanziaria secolare31.
Gli Usa seguendo le orme britanniche, con il loro “impero a credito”32, dove, inserendosi nel solco del pensiero dell’ex presidente Reagan, citato da Dick Cheney: “Reagan ha provato che i deficit non contano”33, l’amministrazione Bush si è totalmente disinteressata dell’enorme debito pubblico americano (2676 miliardi di dollari a luglio 2008 per il debito estero, 400 miliardi di dollari di debito pubblico), soprattutto del debito estero (vd. Tabella seguente), a mio modesto avviso, per scacciare i segni di una recessione incombente già nei primi anni del millennio, dove l’economia americana era stata colpita dalla bolla speculativa di Internet passata alla storia con il nome di dot.com, ma anche per mantenere l’egemonia mondiale sui settori sia economici-finanziari sia in quelli militari.
La crescita economica infatti è stata alimentata dall’afflusso di risorse esterne come merci, capitali ed energia, a sostegno della domanda interna34, così da raggiungere il triplice scopo di avvantaggiare i consumatori esterni, limitare la pressione fiscale ed accollare ai creditori esteri una quota decisiva della spesa pubblica, con particolare riferimento ai bilanci del Pentagono.
L’interdipendenza fra Stati Uniti e Cina, con un mercato commerciale di oltre 300 miliardi di dollari nel quale i cinesi sono produttori di prima ed ultima istanza e gli americani i grandi consumatori, ha generato riserve per lo stato cinese di 1800 miliardi di dollari di cui 500 investiti in titoli del tesoro americano, diventa lampante con la nazionalizzazione, da parte dell’amministrazione ultraliberista Bush, di giganti del mutuo ipotecario come Fannie Mae e Freddie Mac, la cui gran parte dei titoli era in mano straniera, specie cinese. Bush arrivò ad assicurare telefonicamente Hu Jintao, così come i suoi diplomatici lo imitarono in tutto il mondo, e come ci fa notare l’ex segretario del Tesoro Usa Lawrence Summers35: “Le superpotenze normalmente non chiedono ai propri diplomatici di rassicurare altre nazioni su questioni di credibilità finanziaria”.

Principali detentori di titoli del debito estero Usa in miliardi di dollari, a luglio 2008.

( fonte: Us Department of Treausury / Fedral Reserve Board)

Giappone    593,4
Cina    518,7
Regno Unito    290,8
Paesi esportatori di petrolio*    173,9
Brasile    148,4
Centri bancari Caraibici**    133,5
Lussemburgo    75,8
Russia    74,1
Hong Kong    60,06
Svizzera    45,1
Taiwan    42,3
Norvegia    41,8
Germania    41,1
Messico    36
Corea del Sud    35,3
Turchia    32,4
Tailandia    31,8
Singapore    31,4
Canada    26,6

*Ecuador, Venezuela, Indonesia, Bahrein, Iran, Iraq, Kuwait, Oman Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Algeria, Gabon, Libia, Nigeria.
**Bahamas, Bermuda, Isole Cayman, Antille olandesi, Panamà

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Giorgio Lunghini: Ritorno a Keynes?

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Il modello Keynesiano e Torino


Torino attira investimenti
Grandi opere contro la crisi
Pioggia di miliardi sotto la Mole. Ingenti gli investimenti pubblici e privati

Nel 1932 gli Stati Uniti sconfissero la più grave crisi economica della storia, scoppiata con il “venerdì nero” del 1929. L’allora presidente Roosevelt, lanciò il programma economico detto “New Deal”, applicando le teorie del celebre economista britannico John Maynard Keynes. Il principio base era molto semplice: in periodi di alta disoccupazione crollano i consumi, cala quindi la produzione industriale e l’economia recede; la soluzione allora, può venire dall’intervento dello Stato. Spendendo in opere pubbliche, come le infrastrutture, lo Stato crea posti di lavoro, i consumi riprendono e l’economia torna a crescere. In questa fase di nera congiuntura economica, la città di Torino è sicuramente molto colpita, ma la situazione non appare così disperata, come mostrerebbero i crescenti tagli occupazionali. Il binomio salvifico grandi opere – nuova occupazione, infatti non manca. L’esempio più importante viene dalla Comunità Europea, che a Dicembre ha deciso di stanziare 621 milioni di euro, per il completamento della tratta ferroviaria Torino – Lione. Entro Marzo invece, partiranno i lavori per la costruzione della centrale termoelettrica detta “Torino Nord”, che produrrà un quinto dell’energia elettrica cittadina e quintuplicherà le forniture di teleriscaldamento. Sempre in tema di energia, sembrano ormai sorpassati gli ostacoli alla costruzione del discusso termo – valorizzatore del Gerbido, grazie al rigetto dell’ultimo ricorso da parte del Tribunale amministrativo regionale (Tar). Il costo complessivo dell’opera, ideata per produrre elettricità dai rifiuti urbani, è stimato attorno ai 360 milioni di euro. Altri 300 milioni, sono il budget previsto per ultimare il sistema ferroviario metropolitano, che per il 2018 dovrebbe collegare Torino a trentuno comuni limitrofi, così da permettere ai circa 350000 automobilisti pendolari, un accesso alla città economico e più rispettoso dell’ambiente. Per quanto riguarda la linea metropolitana cittadina, sono già in corso i lavori per collegare le stazioni di Porta Nuova e del Lingotto grazie a sei nuove fermate, che apriranno i battenti, non prima del 2010. Nel Gennaio 2008, il Comune ha acquistato l’ex carcere Le Nuove; la RPA, società già impegnata nel progetto “Raddoppio del Politecnico”, si occuperà della ristrutturazione della struttura che ospiterà uffici giudiziari. Inoltre sarà realizzato un parcheggio sotterraneo, mentre mura e giardino verranno riqualificate.  Oltre alle grandi opere pubbliche, anche alcuni privati hanno deciso di investire fortemente in città; il progetto più ambizioso è sicuramente quello portato avanti dalla Juventus per il rifacimento dello stadio Delle Alpi. Il futuro complesso, non sarà limitato al solo stadio, ma sorgeranno numerose attività come centri commerciali, negozi e ristoranti, collegate allo stadio, per far vivere la zona tutta la settimana. Sempre in zona Cascina Continassa inoltre, strizzando l’occhio al turismo, sorgerà per il 2010 un grande parco acquatico, con vasche all’aperto ed altre coperte, nonché scivoli ed altri giochi d’acqua.

Nic. Sap.

Grandi opere e la Cinque, quli prospettive?
Lo Stato è importante, ma i privati investano sul territorio

Paola Bragantini, presidentessa della quinta circoscrizione, fa il punto della situazione sulle grandi opere pubbliche ed il loro impatto locale, ma non dimentica il settore privato: “Lo Stato, come indicato da numerose tesi macro – economiche, è sicuramente uno dei motori dell’economia, anzi in momenti di crisi forse è il più importante. Il problema è però, che il settore pubblico, ed in misura maggiore gli enti locali, si trovano in una situazione di acuta mancanza di fondi. Il Comune, negli ultimi anni ha foraggiato a piene mani l’economia cittadina, cosa che difficilmente accadrà in futuro. Penso che oggi, anche le imprese private dovrebbero reinvestire gli utili sul territorio, anche se i segnali che ci arrivano, pensiamo ad aziende come la Motorola, non ci fanno certo sperare troppo. Inoltre anche se un domani una grande azienda aprisse i battenti alla Cinque, non mi illuderei molto dei vantaggi occupazionali che ne potrebbero derivare. Le imprese difatti, non vincolano l’assunzione del personale alla residenza dei lavoratori. Avranno sicuramente un impatto sull’economia locale invece, gli investimenti fatti dalla Juventus, con il suo stadio ampliato a centro commerciale; un altro esempio viene dall’impresa Rosso, che sta costruendo un polo che accoglierà numerosi negozi. L’opera pubblica invece, che più ci sta a cuore e per la quale ci stiamo impegnando da tempo, è la copertura dei binari ferroviari sino a corso Grosseto, previsto all’interno del progetto di interconnesione ferroviaria Torino – Ceres. Questa sarà una grande occasione per la nostra circoscrizione, che vedrà sorgere al suo interno una stazione ferroviaria, la Rebaudengo Fossata. Ci aspettiamo, al completamento dei lavori, enormi vantaggi sia dal punto di vista estetico, sia da quello funzionale”.

Nicolò Sapellani

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Economia e mitologia greca: il peccato di Hubris

Una delle descrizioni più calzanti del clima economico culturale che ha prevalso negli Stati Uniti ed in molti paesi cosiddetti avanzati, e che può essere indicato, a mio avviso, come il fattore generante dell’attuale crisi, è quella proposta dal filosofo politico P. Manent, che rimanda al tema classico del peccato di hubris.
In una recente intervista75 questi ha affermato: “Quanto alla questione propriamente finanziaria, senza entrare nel dettaglio tecnico, si è trattato di un crac psicolpolitico, “ubristico”. […] Gli americani, in altre parole, sono stati vittima del sentimento inebriante di una ricchezza che cresceva in continuazione, ma solo sulla carta certo; hanno poi adottato tutte le formule più inverosimili per continuare a trarre profitto da una ricchezza aritmetica. Viene sempre il momento in cui questa sorta di ebbrezza deve essere moderata”.
Tale clima euforico aleggiante sui mercati, traeva le sue origini da due fattori: il primo è che le élite, sia politiche sia economiche, avevano riscoperto sin dagli anni 70’ le teorie classiche pre-Keynesiane (neoliberiste); in secondo luogo, anche se con molte criticità, il nuovo ordine economico mondiale, scaturito dall’uscita del dollaro dal “Gold Exchange Standard”, stava producendo livelli di ricchezza inauditi, inducendo i più a ritenerlo perfettamente funzionante76.
Le concezioni neoliberiste si sono basate, in primis, sulla concezione dell’uomo come essere estremamente razionale che si relaziona con altri uomini, sempre razionali, definito ironicamente da R. Lucas, premio Nobel per l’economia nel 1995, un sistema di “robot interattivi”77; ancora, il mercato viene visto come lo spazio di interazione fra gli individui, dove un gran numero di rapporti sociali, sino al matrimonio, vengono poste come dei sistemi di scambio, reciprocamente vantaggiosi.
Il grande vantaggio di questa teoria, e forse anche il suo punto più critico, risiede nella sua capacità di descrivere in modelli, attraverso formule matematiche, sia la razionalità sia le interazioni degli individui, come dimostrato da Robert C. Merton e Myron Scholes.
Negli Stati Uniti, le suddette indicazioni teoriche si sono trasformate in prodotti finanziari, i cosiddetti “derivati”, che nel 2007 arrivavano ad un valore sul mercato di 516.000 miliardi di dollari78, cioè trentacinque volte il prodotto interno lordo dell’economia statunitense.
In questo contesto venivano disegnate formule finanziarie e percorsi di investimento, dove il rischio scompare, grazie alla comprensione del meccanismo delle scelte razionali unito al trattamento statistico dei rischi.
I due autori, nel 1997 freschi di Nobel, vennero nominati nel consiglio di amministrazione di LCTM, una nota società finanziaria che fallì clamorosamente durante la crisi del 1997-1998 – forse un ammonimento –  e tuttavia la “formula Merton”, così come il “modello Black-Scholes”, divennero il pane quotidiano per gli operatori finanziari per oltre dieci anni.
Attraverso complessi calcoli si prevedevano le variazioni di prezzo dei titoli in relazione: al prezzo iniziale, al tempo, al tasso d’interesse ed alla volatilità; nei casi più estremi si poteva costruire un titolo “perfetto”, immune dalla volatilità dei mercati. Di fatto, però, questo tipo di titoli può funzionare efficientemente79 solo in presenza di alcune condizioni essenziali: un numero molto elevato di transazioni, un’esatta valutazione dei rischi ed un rapido passaggio di tali titoli da un operatore all’altro. Perché l’ultima condizione avvenga, però, è necessario che i rischi siano rappresentati da titoli negoziabili, quindi cartolarizzati.
Con quest’ultimo termine, si definiscono quelle tecniche finanziarie che utilizzano i flussi di cassa generati da un portafogli d’attività sempre finanziarie. Sono emissioni obbligazionarie con regolare pagamento di cedole e rimborso di capitale a scadenza; ne esistono di diversi tipi, in base ai sottostanti, che ne garantiscono il debito.
Le ABS (Asset Backed Securities) sono emesse per cartolarizzazione di crediti presenti o futuri. La cartolarizzazione di uno stesso emittente, può essere suddivisa in varie tranche, che in base al rischio in esse incorporato, possono godere di differenti rating (dagli “AAA” fino agli speculativi “BB”).
Alcune società, dette veicolo (conduit), acquistano pacchetti di mutui ipotecari residenziali o commerciali, prestiti obbligazionari e bancari, crediti di carte di credito etc., ed emettono bond; queste operazioni ad hoc, sono poste fuori bilancio dalle stesse banche che originano i crediti.
Anche i “veicoli” presentano diverse tipologie, a seconda del titolo di debito emesso come garanzia collaterale: i CDO (Collateralized Debt Obligation) possono avere un portafogli di attività, diversificato e dinamico; i due principali sotto-tipologie dei CDO sono i CBO (Collateralized Bond Obligation) con obbligazioni a garanzia ed i CLO (Collatralized Loan Obligation), dove la garanzia è rappresentata da prestiti bancari.
Questi strumenti, frutto dell’innovazione finanziaria, conobbero le prime critiche nel 2003, in primis, da parte del finanziere W. Buffett, che li definì nella annuale lettera agli azionisti: “bombe ad orologeria”, “armi finanziarie di distruzione di massa, concepite da persone folli (insane)”; il 10 aprile 2008 B. Wasserstein, uno fra i maggiori esponenti della finanza mondiale, scrisse sulle pagine del Wall Street Journal, che il risk management (trasformare l’incertezza, per sua natura non misurabile, in rischio misurabile), è: “Un imperatore senza vestiti[…] questa è la sconfitta di centinaia di superlaureati”.
Oltre alle critiche dal mondo della finanza, anche in ambito accademico si è dimostrato, grazie ad un nuovo corso di ricerche economico-psicologiche, portate avanti da D. Kahnemann, la infondatezza interpretativa del paradigma dell’uomo razionale; esperimenti e ricerche sul campo, hanno svelato quanto siano rare decisioni esclusivamente razionali e che intervengono motivazioni assai più complesse nei meccanismi di scelta umani80.
Il 7 ottobre 2008 il sistema, definito dall’ex Segretario al Lavoro per B. Clinton Robert Reich “super-capitalistico”, fondato sulla dottrina del shareholder value, ossia creare valore per l’azionista, alla base della iper-finanziarizzazione dell’economia Usa, è entrato in crisi; il colpo di grazia81 è rappresentato dalla nazionalizzane negli Stati Uniti, delle due gigantesche agenzie di mutui, Fanniae Mae e Freddie Mac.
Nella lettura di Reich, negli anni Settanta, si era venuto ad instaurare un nuovo paradigma economico, in sostituzione del capitalismo “democratico” dove si accettava una quota di inefficienza, si tolleravano prezzi più alti, ma si garantiva coesione e stabilità sociale; il nuovo modello invece, pone in primo piano il consumatore e l’azionista, mentre il prezzo delle azioni viene utilizzato come unico metro per giudicare il valore di un’impresa.
Gli amministratori delegati quindi, hanno inseguito il nuovo imperativo morale: tagliare i costi (ma anche drogare i bilanci, con titoli opachi e dal dubbio valore); oggi la scomparsa dal mercato di certi titoli derivati, soprattutto quelli con cui si gonfiavano i bilanci, ed il clima di condanna sociale per le stratosferiche retribuzioni dei manager, sembrano porre fine a questo tipo di capitalismo.

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