La Turchia in Asia Centrale: il Grande Gioco del ‘900

Dall’Europa, intesa come progetto politico a cui la Turchia sogna da anni di aderire, passeremo ora all’Asia centrale, dove i ruoli si ribaltano: cuì sarà lei stessa a tentare di costruire un’ “architettura internazionale” gravitante attorno alla Turchia, progetto grandioso e conclusosi con un nulla di fatto.
In questo capitolo analizzeremo gli sviluppi, dai primi anni ‘90 ai giorni nostri, del tentativo da parte di Ankara di ampliare la propria sfera di influenza politica, economica e culturale nelle Repubbliche ex Socialiste, con particolare riferimento alla regione centro-asiatica.
La questione merita un capitolo a sé stante, in quanto tocca almeno due tematiche fondamentali delle relazioni internazionali turche odierne: la prima riguarda lo sviluppo di una nuova e, relativamente, indipendente politica estera turca, possibile dal 1989 grazie alla caduta dell’URSS; la seconda, invece, risiede nella volontà della Turchia di assurgere a livello di potenza regionale, soprattutto sfruttando il proprio territorio come nodo o centro di smistamento per i flussi energetici provenienti da Oriente.
Con la caduta del muro di Berlino del 1989, un terremoto scosse le fondamenta dell’Unione Sovietica, lasciando gran parte delle sue province in una situazione di caos ed incertezza. Agli albori dei ‘90 le ormai ex Repubbliche Socialiste si aprirono al mondo, attirando gli appetiti di molti attori internazionali volenterosi di estendere la propria influenza in una regione ricca di materie prime, nonché passaggio obbligato per le rotte commerciali tra Oriente ed Occidente; la Russia, però, lungi dal ripiegarsi su sé stessa, tenta sin da subito di ricostruire la propria influenza – se non supremazia – sull’area in questione, evocando in molti studiosi (il F. Muller, l’A. Rosato, il V. Vielmini ma anche il P. Sinatti e lo I. Cuthbertson a solo titolo d’esempio) il ricordo del c.d. “Grande gioco” che vide contrapporsi Russia ed Inghilterra nel XIX secolo .
Si analizzeranno, quindi, brevemente le mosse del Cremlino nei primi anni ‘90, così da fornire una cornice storico-politica in cui inserire un’analisi più approfondita sulle manovre di Ankara e sulle sue motivazioni.

Mosca nel post ‘89
L’analogia del “Grande gioco” è sicuramente utile per il suo carattere evocativo, bisogna però sottolineare le numerose differenze che contraddistinguono i due periodi storici in esame così da non cadere in generalizzazioni troppo azzardate . Innanzitutto, nel 1800 la competizione avveniva fra due grandi potenze, con confini non contigui, che miravano ad espandersi su di una zona considerata dalla comunità internazionale come terra di nessuno; oggi, invece, nella regione risiedono Stati sovrani che possono accettare un certo livello di ingerenza straniera ma, certamente, non una dominazione come in passato. In secondo luogo, si è persa l’importanza della volontà di aprire nuove rotte commerciali a scapito dell’influenza diplomatica: se prima il commercio era il fine ultimo nella penetrazione delle grandi potenze, ora questo viene utilizzato, sia nelle forme di aiuto che di investimento, come mezzo per ricompensare o punire i vari attori regionali. In terzo luogo, la competizione è passata da un bipolarismo regionale ad un modello molto più complesso con Usa, Cina, Iran, Turchia, Arabia Saudita, ma anche India e Sud Corea, interessate ad avere un peso negli affari dell’area.
Ciò che invece è rimasto intatto dello spirito del ”Grande gioco” è la volontà dei vari attori di prevalere gli uni sugli altri e, possibilmente, di escludersi a vicenda, riportando in auge temi ottocenteschi di politica internazionale quali il concetto di bilanciamento di potere e di realpolitik, ben lontani dai sogni di fine della storia proposti da Francis Fukuyama.
Anche se, per un brevissimo periodo, la Russia di Boris Yeltsin sembrò seguire i passi della Germania post-nazista ed inserirsi supinamente nel “nuovo ordine mondiale” promosso dagli Stati Uniti; ciò nonostante, il vero potere decisionale russo non risiedeva tanto nelle mani dei dirigenti politici impegnati a tessere relazioni con l’Occidente ma, bensì, nelle élite militari impegnate in una coerente politica di riappropriazione dell’area di influenza di Mosca.
I militari proiettarono al di fuori dello Stato le loro mire di influenzare la politica, scegliendo come strumento la difesa delle comunità russofone nei nuovi stati indipendenti (25 milioni di individui percepiti come stranieri indesiderati). Tale progetto che permetteva, inoltre, di garantire la sicurezza nazionale, creando una serie di zone cuscinetto ad influenza russa, veniva interpretato dai Generali positivamente anche sul piano politico interno, dove si sarebbero potuti presentare come difensori della patria.  L’agenda dei militari sopì quasi immediatamente le tendenze democratiche d’ispirazione occidentale, a favore di un approccio nazionalista dove la realpolitik prese il sopravvento, anteponendo l’interesse nazionale sia al diritto internazionale sia alle relazioni con le neonate repubbliche.
L’area dove ciò fu più evidente è la regione transcausica. Questa, immediatamente dopo il crollo dell’ordine sovietico si trovò in una situazione di semi-anarchia dove il potere veniva gestito da una galassia di signori della guerra; le prime avvisaglie di una politica militare russa indipendente si ebbero in Moldavia dove, sebbene Mosca avesse ordinato alla Quattordicesima Armata di non interferire negli scontri fra popolazione russa ed autoctona – siamo ancora nella fase di dialogo fra Russia ed Occidente -, il comandante in capo gen. A. Lebed disattese tali indicazioni. Quando scoppiò il conflitto fra Armenia ed Azerbijan, l’esercito russo incominciò a rifornire entrambi gli schieramenti. Sicuramente la volontà di arricchirsi grazie al conflitto ha influenzato gli ufficiali russi, ma se a questo episodio sommiamo il fatto che anche nella regione georgiana dell’Abkhazia arrivarono ingenti quantità di armi russe, la spiegazione ufficiale di un esercito fuori controllo non è più così convincente. Questo sospetto divenne subito chiaro quando Stati, come la Georgia, chiesero ed ottennero immediatamente la permanenza sul loro suolo delle armate russe in qualità di “peacekeeper”.
L’operazione di divide et impera portata avanti dalla Russia non si concentrò solo sugli attori regionali ma venne applicata anche a scapito delle due potenze più attive nell’area: l’Iran e la Turchia. Fornendo armamenti a tutte le parti belligeranti, infatti, Mosca fece in modo che entrambi gli Stati considerassero troppo oneroso un loro sostegno diretto ai movimenti di guerriglia, che avrebbe significato entrare in diretta competizione (anche militare) con la Russia.
Esaminata la politica militare russa nell’area (sicuramente efficace, basti pensare alla guerra lampo in Georgia del 2008), rimangono da verificarne le politiche economiche e culturali, dove il Cremlino sembrò soffrire di più.
Per quanto riguarda l’economia, intesa come strumento di controllo politico dell’Asia centrale, l’obiettivo principe rimase, e lo è tutt’ora, reintegrare la regione in un “sistema rublo”; questa opzione, indispensabile vista la concorrenza di dollaro, euro ma anche del renminbi cinese, rischiò di essere costosissima per l’economia russa, come dimostrò il caso della Bielorussia. La stragrande maggioranza delle economie regionali si trova in situazioni molto compromesse, quindi la Banca Centrale russa dovrebbe iniettare enormi flussi di liquidità senza modificare la produttività, causando non pochi problemi in patria, dove la popolazione vedrebbe nel breve periodo una decrescita dei propri standard di vita con possibili, ma non garantiti, ritorni nel medio/lungo termine.
Un sistema economico integrato, inoltre, per poter essere efficace, effettivo e durevole, necessita di un ingrediente ulteriore: un sistema culturale condiviso, capace di fornire un senso alle asettiche operazioni di mercato. Questo sembra essere il maggior ostacolo per Mosca, in un contesto dove tutte le ex repubbliche socialiste si sono impegnate non poco per crearsi una forte impronta nazionalista attraverso nuove bandiere, nuove monete ecc. Sebbene queste nuove narrazioni spesso non siano riuscite ad instillare un profondo nazionalismo nelle popolazioni, un obiettivo è stato raggiunto: i nuovi cittadini hanno la convinzione ben radicata di non appartenere alla cultura russa, di non volerne far parte, e che se la Russia non avesse per secoli esercitato la propria influenza, le cose sarebbero andate meglio. Proprio in questo vacuum culturale provò ad inserirsi la Turchia, che condivide con le popolazioni locali la religione (l’Islam sunnita) una comune radice linguistica turcofona e che si presenta come paese a rapida crescita economica che ha saputo sposare una modernizzazione occidentale ai propri valori tradizionali.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Turchia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...