Archivi del mese: aprile 2011

La Turchia in Asia Centrale: il Grande Gioco del ‘900

Dall’Europa, intesa come progetto politico a cui la Turchia sogna da anni di aderire, passeremo ora all’Asia centrale, dove i ruoli si ribaltano: cuì sarà lei stessa a tentare di costruire un’ “architettura internazionale” gravitante attorno alla Turchia, progetto grandioso e conclusosi con un nulla di fatto.
In questo capitolo analizzeremo gli sviluppi, dai primi anni ‘90 ai giorni nostri, del tentativo da parte di Ankara di ampliare la propria sfera di influenza politica, economica e culturale nelle Repubbliche ex Socialiste, con particolare riferimento alla regione centro-asiatica.
La questione merita un capitolo a sé stante, in quanto tocca almeno due tematiche fondamentali delle relazioni internazionali turche odierne: la prima riguarda lo sviluppo di una nuova e, relativamente, indipendente politica estera turca, possibile dal 1989 grazie alla caduta dell’URSS; la seconda, invece, risiede nella volontà della Turchia di assurgere a livello di potenza regionale, soprattutto sfruttando il proprio territorio come nodo o centro di smistamento per i flussi energetici provenienti da Oriente.
Con la caduta del muro di Berlino del 1989, un terremoto scosse le fondamenta dell’Unione Sovietica, lasciando gran parte delle sue province in una situazione di caos ed incertezza. Agli albori dei ‘90 le ormai ex Repubbliche Socialiste si aprirono al mondo, attirando gli appetiti di molti attori internazionali volenterosi di estendere la propria influenza in una regione ricca di materie prime, nonché passaggio obbligato per le rotte commerciali tra Oriente ed Occidente; la Russia, però, lungi dal ripiegarsi su sé stessa, tenta sin da subito di ricostruire la propria influenza – se non supremazia – sull’area in questione, evocando in molti studiosi (il F. Muller, l’A. Rosato, il V. Vielmini ma anche il P. Sinatti e lo I. Cuthbertson a solo titolo d’esempio) il ricordo del c.d. “Grande gioco” che vide contrapporsi Russia ed Inghilterra nel XIX secolo .
Si analizzeranno, quindi, brevemente le mosse del Cremlino nei primi anni ‘90, così da fornire una cornice storico-politica in cui inserire un’analisi più approfondita sulle manovre di Ankara e sulle sue motivazioni.

Mosca nel post ‘89
L’analogia del “Grande gioco” è sicuramente utile per il suo carattere evocativo, bisogna però sottolineare le numerose differenze che contraddistinguono i due periodi storici in esame così da non cadere in generalizzazioni troppo azzardate . Innanzitutto, nel 1800 la competizione avveniva fra due grandi potenze, con confini non contigui, che miravano ad espandersi su di una zona considerata dalla comunità internazionale come terra di nessuno; oggi, invece, nella regione risiedono Stati sovrani che possono accettare un certo livello di ingerenza straniera ma, certamente, non una dominazione come in passato. In secondo luogo, si è persa l’importanza della volontà di aprire nuove rotte commerciali a scapito dell’influenza diplomatica: se prima il commercio era il fine ultimo nella penetrazione delle grandi potenze, ora questo viene utilizzato, sia nelle forme di aiuto che di investimento, come mezzo per ricompensare o punire i vari attori regionali. In terzo luogo, la competizione è passata da un bipolarismo regionale ad un modello molto più complesso con Usa, Cina, Iran, Turchia, Arabia Saudita, ma anche India e Sud Corea, interessate ad avere un peso negli affari dell’area.
Ciò che invece è rimasto intatto dello spirito del ”Grande gioco” è la volontà dei vari attori di prevalere gli uni sugli altri e, possibilmente, di escludersi a vicenda, riportando in auge temi ottocenteschi di politica internazionale quali il concetto di bilanciamento di potere e di realpolitik, ben lontani dai sogni di fine della storia proposti da Francis Fukuyama.
Anche se, per un brevissimo periodo, la Russia di Boris Yeltsin sembrò seguire i passi della Germania post-nazista ed inserirsi supinamente nel “nuovo ordine mondiale” promosso dagli Stati Uniti; ciò nonostante, il vero potere decisionale russo non risiedeva tanto nelle mani dei dirigenti politici impegnati a tessere relazioni con l’Occidente ma, bensì, nelle élite militari impegnate in una coerente politica di riappropriazione dell’area di influenza di Mosca.
I militari proiettarono al di fuori dello Stato le loro mire di influenzare la politica, scegliendo come strumento la difesa delle comunità russofone nei nuovi stati indipendenti (25 milioni di individui percepiti come stranieri indesiderati). Tale progetto che permetteva, inoltre, di garantire la sicurezza nazionale, creando una serie di zone cuscinetto ad influenza russa, veniva interpretato dai Generali positivamente anche sul piano politico interno, dove si sarebbero potuti presentare come difensori della patria.  L’agenda dei militari sopì quasi immediatamente le tendenze democratiche d’ispirazione occidentale, a favore di un approccio nazionalista dove la realpolitik prese il sopravvento, anteponendo l’interesse nazionale sia al diritto internazionale sia alle relazioni con le neonate repubbliche.
L’area dove ciò fu più evidente è la regione transcausica. Questa, immediatamente dopo il crollo dell’ordine sovietico si trovò in una situazione di semi-anarchia dove il potere veniva gestito da una galassia di signori della guerra; le prime avvisaglie di una politica militare russa indipendente si ebbero in Moldavia dove, sebbene Mosca avesse ordinato alla Quattordicesima Armata di non interferire negli scontri fra popolazione russa ed autoctona – siamo ancora nella fase di dialogo fra Russia ed Occidente -, il comandante in capo gen. A. Lebed disattese tali indicazioni. Quando scoppiò il conflitto fra Armenia ed Azerbijan, l’esercito russo incominciò a rifornire entrambi gli schieramenti. Sicuramente la volontà di arricchirsi grazie al conflitto ha influenzato gli ufficiali russi, ma se a questo episodio sommiamo il fatto che anche nella regione georgiana dell’Abkhazia arrivarono ingenti quantità di armi russe, la spiegazione ufficiale di un esercito fuori controllo non è più così convincente. Questo sospetto divenne subito chiaro quando Stati, come la Georgia, chiesero ed ottennero immediatamente la permanenza sul loro suolo delle armate russe in qualità di “peacekeeper”.
L’operazione di divide et impera portata avanti dalla Russia non si concentrò solo sugli attori regionali ma venne applicata anche a scapito delle due potenze più attive nell’area: l’Iran e la Turchia. Fornendo armamenti a tutte le parti belligeranti, infatti, Mosca fece in modo che entrambi gli Stati considerassero troppo oneroso un loro sostegno diretto ai movimenti di guerriglia, che avrebbe significato entrare in diretta competizione (anche militare) con la Russia.
Esaminata la politica militare russa nell’area (sicuramente efficace, basti pensare alla guerra lampo in Georgia del 2008), rimangono da verificarne le politiche economiche e culturali, dove il Cremlino sembrò soffrire di più.
Per quanto riguarda l’economia, intesa come strumento di controllo politico dell’Asia centrale, l’obiettivo principe rimase, e lo è tutt’ora, reintegrare la regione in un “sistema rublo”; questa opzione, indispensabile vista la concorrenza di dollaro, euro ma anche del renminbi cinese, rischiò di essere costosissima per l’economia russa, come dimostrò il caso della Bielorussia. La stragrande maggioranza delle economie regionali si trova in situazioni molto compromesse, quindi la Banca Centrale russa dovrebbe iniettare enormi flussi di liquidità senza modificare la produttività, causando non pochi problemi in patria, dove la popolazione vedrebbe nel breve periodo una decrescita dei propri standard di vita con possibili, ma non garantiti, ritorni nel medio/lungo termine.
Un sistema economico integrato, inoltre, per poter essere efficace, effettivo e durevole, necessita di un ingrediente ulteriore: un sistema culturale condiviso, capace di fornire un senso alle asettiche operazioni di mercato. Questo sembra essere il maggior ostacolo per Mosca, in un contesto dove tutte le ex repubbliche socialiste si sono impegnate non poco per crearsi una forte impronta nazionalista attraverso nuove bandiere, nuove monete ecc. Sebbene queste nuove narrazioni spesso non siano riuscite ad instillare un profondo nazionalismo nelle popolazioni, un obiettivo è stato raggiunto: i nuovi cittadini hanno la convinzione ben radicata di non appartenere alla cultura russa, di non volerne far parte, e che se la Russia non avesse per secoli esercitato la propria influenza, le cose sarebbero andate meglio. Proprio in questo vacuum culturale provò ad inserirsi la Turchia, che condivide con le popolazioni locali la religione (l’Islam sunnita) una comune radice linguistica turcofona e che si presenta come paese a rapida crescita economica che ha saputo sposare una modernizzazione occidentale ai propri valori tradizionali.

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L’unione doganale europea: i malumori di Ankara


Come abbiamo visto, il 1º gennaio 1996 entrò in vigore l’unione doganale tra UE e Turchia (progetto risalente al 1964), presentata come primo passo verso l’integrazione di Ankara, come strumento per avvicinarla alle prassi economiche comunitarie e divenuta il limbo nel quale sembra essere confinata a tempo indeterminato.
All’interno di questa cornice la Turchia ha compiuto sforzi, non solo economici ma anche politici, per essere accettata come membro dell’Unione, quali l’abolizione della pena di morte e le modifiche apportate alla propria costituzione . Oltre a questa condizione, certamente scomoda per Ankara, bisogna aggiungere che l’unione doganale danneggia l’economia turca quando questa non è applicata, o lo è solo parzialmente, ai settori dei servizi, ai prodotti agricoli, al carbone, all’acciaio ed al tessile che sommati, compongono circa la metà della produzione economica turca .
L’Unione applica, quindi, misure di protezionismo unilaterale verso le esportazioni turche e, forse grazie anche a queste, è riuscita ad assicurarsi un surplus commerciale nella propria bilancia dei pagamenti, per di più crescente; si pensi che il deficit turco nelle relazioni bilaterali è passato da 7,1 miliardi di euro nel 2004 a 8,4 già nel 2006 . Sinora Ankara sembra sopportare tale esborso, come “dazio” per il suo percorso verso l’integrazione , ma visto il tentennante andamento dell’economia comunitaria degli ultimi anni, che ha risentito fortemente della pesante crisi economica ancora in corso, c’è da chiedersi per quanto tempo la Turchia sia ancora disposta ad accettare che sia Bruxelles a determinare la propria politica economica. In qualità di non membro dell’Unione infatti, Ankara non ha alcuna possibilità di discutere le politiche commerciali comunitarie, che però deve rispettare in qualità di membro dell’unione doganale; si guardi, ad esempio, al 2005 quando la Ue impose l’interruzione delle importazioni tessili dalla Cina – dalla quale la Turchia importa gran parte delle materie prime per le proprie industrie tessili – ed anche Ankara dovette sottomottersi a tale diktat, penalizzando le proprie aziende che fermarono la produzione per settimane .
Dal punto di vista politico, l’unione doganale rappresenta, di fatto, un’adesione parziale ed asimmetrica della Turchia all’Unione , rimanendo così quello di Ankara – non casualmente – l’unico caso di paese che apre le proprie dogane e delega una prerogativa sovrana alla Ue senza prima esserne parte.

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To be or not to be…

Oggi mi espongo, per una volta scriverò un post più ricco di riflessioni che di fatti. Idee bizzarre direi, tipo: Maroni ha ragione, un solo Stato non può affrontare il dramma dei profughi/immigrati/rifugiati, chiamateli come volete. Come la saggezza popolare ci insegna: nascondere la polvere sotto il tappeto non serve a nulla. L’Europa ha ignorato la questione per troppo tempo, sperando che, il Medio Oriente, un’area a natalità da boom demografico ( età media  sotto i 20 anni), una situazione politica (dittature varie) ed economica (salari medi sotto i 300 $), guardasse che ne sò, allo Zimbawe, come polo di attrazione. Dimenticandosi inoltre l’etimologia del termine, chi è il Vicino Oriente, l’Europa forse?

Detto questo, sono anche disgustato da come il nostro paese abbia strumentalizzato politicamente la vicenda. Si sono create incertezze in una drammatica situazione, quella di ragazzi che fuggono da inferni (che spesso noi abbiamo appoggiato, armato e addirittura creato), ammassandoli come bestie con un litro d’acqua a testa, senza servizi igienici ed affrontando l’emmergenza giorno per giorno, senza un programma. Ora minacciamo anche di abbandonare la famiglia europea.

Certamente questo è il periodo più buio che il sogno comunitario abbia mai attraversato, fatta l’Ue non si sono fatti gli Europei ed in molti Stati rifiorisconosentimenti nazionalsti, se non separatisti (dall’Unione, dallo Stato, un pò da tutto, torneremo alle Città Stato?). In un mondo ormai globale bisogna però chiedersi se il gioco separatista valga la candela, metà Belgio, un terzo di Spagna o di Italia, la Corsica etc. potranno mai competere con giganti quali Russia, Cina, Brasile, India e perchè no, Turchia?

Se pensiamo però alle Istituzioni, siano Stati, Chiese, Ong o quant’altro come a delle persone, con un loro carattere ed un vissuto proprio, possiamo guardare a questi tempi come ad una crisi di mezza età. La Comunità, superati i suoi 50 anni si trova in un momento di riflessione, il fratello maggiore (gli Stati Uniti) che ha obbedito ed emulato per tempo, è troppo impegnato a risolvere i suoi problemi e -dicono i maligni- sembra più interessato a qualche bella asiatica che alla sorella minore. La passione della giovinezza sembra svanita, mentre il peso della maturità sembra schiacciante, disintegrante appunto.

L’Europa ha dimostrato però la grande  potenzialità che la cooperazione può generare (l’Unione fa la forza), l’ideale di fratellanza, prosperità, libertà che ha incarnato per decenni, sono un modello che, da un continente che ha inventato il colonialismo, le dittature i campi di sterminio etc., non sembrerebbe proprio da buttar via. Le crisi si sà, sono un momento di trasformazione, non ci rimane che sperare , che quella attuale si tramuti in un’opportunità di rinnovamento, magari nuovamente di apertura, d’altronde quello è il suo passato (anche molto recente). Gli aspiranti (Turchia in testa) potrebbero davvero rilanciare e dare forza un progetto di unione di popoli e di culture, capace di fronteggiare le sfide di un presente sempre più complesso.

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La Repubblica Turca di Cipro Nord


Questa Repubblica si autoproclamò indipendente nel 1983, fatto che provocò la divisione dell’isola in due parti amministrative, Cipro e RTCN, quest’ultima viene riconosciuta ufficialmente dalla sola Turchia . La sua nascita è strettamente legata alle decennali frizioni fra Ankara ed Atene, risalenti allo smembramento del defunto Impero Ottomano. Nel 1974 la Grecia rilanciò la parabola della “Grande Idea”  ossia il progetto, fallito con il Trattato di Losanna, di irredentismo/espansionismo dei territori abitati da genti elleniche e tentò di annettere l’isola attraverso un colpo di Stato, che rimuova il presidente Makarios a favore di Sampson; Makarios ritornerà poi in patria grazie all’esercito turco, sancendo il fallimento delle mire greche. La Turchia, che ha una nutrita diaspora sull’isola e che inoltre la considera troppo strategica per i suoi interessi commerciali e di difesa, decise di intervenire militarmente ed occuparla, causando l’esodo di oltre 200 mila greco-ciprioti . L’intervento militare è stato giudicato dagli stessi turchi come legittimo, in base al Trattato di Garanzia del 1960 (firmato da Turchia, Grecia e Regno Unito), dove all’art. IV è espressamente prevista la possibilità di intraprendere azioni per ripristinare lo status quo, attraverso operazioni multilaterali, o se ciò non fosse possibile, anche unilateralmente . Bisogna ricordare, inoltre, che l’intervento greco non era considerabile un “fulmine a ciel sereno” ma le tensioni sull’isola covavano almeno dal 1963, anno in cui scoppiarono violenti scontri inter-comunitari in tutta l’isola, sedati dall’invio di forze armate di Regno Unito, Turchia e Grecia (poi sostituite dalla missione Onu UNFICYP). Da quel momento la gestione politico amministrativa dell’isola passò di fatto nelle mani della popolazione greco-cipriota, trasformando Cipro in un regime, dove la minoranza turca vede limitati i propri diritti costituzionali, quale a titolo d’esempio, la partecipazione alla vita pubblica. A queste accuse, la popolazione greco-cipriota rispose che i turchi avessero volontariamente abbandonato ogni posizione amministrativa, con la volontà di crearne delle proprie autonome e che quindi il loro intervento, fosse atto a garantire la piena efficienza della macchina statale. Nel 1967 la Turchia, rispondendo ad un pogrom nel sud dell’isola, che aveva causato 27 morti fra la popolazione turca, reagì bombardando le postazioni dell’esercito greco e dichiarando l’instaurazione di una propria amministrazione provvisoria . Il presidente Makarios dichiarerà da subito illegale tale amministrazione ma, dopo questi avvenimenti, fra la gente dell’isola divenne chiaro che la popolazione turca dovesse godere di una limitata autonomia amministrativa. Tra il 1968 ed il 1970, grazie ai buoni uffici del Segretario Generale dell’Onu, vennero avviati quattro round di discussione per risolvere la disputa ma senza ottenere risultati evidenti. Ci si limiterà a riconoscere la situazione sul campo, a dichiarare il cessate il fuoco ed ad istituire la “linea verde” (United Nations Buffer Zone in Cyprus), che lasciò il 36% dell’isola sotto il controllo dell’esercito turco.
L’Onu ha sempre condannato l’intervento turco del 1974, ricordando che ogni intervento militare deve essere approvato dal Consiglio di Sicurezza, così da classificarlo come azione giustificata dalla volontà di reinstallare la pace e la sicurezza internazionale, in risposta a minacce alla pace, alla violazione della pace o ad atti di aggressione. Vengono prodotte due risoluzioni, la n. 541 che chiarisce il non riconoscimento del nuovo Stato e che anzi questo stia danneggiando gli sforzi per giungere ad accordi risolutivi e la n. 550, che condanna lo scambio di diplomatici fra Turchia e leadership turco-cipriota . Nel 1984 riaprirono le discussioni per la risoluzione della disputa, riducendo al 29% la porzione di territorio in mano turco-cipriota e sancendo l’abbandono dell’isola da parte di tutti gli eserciti stranieri. Nel 1988 venne convocata la conferenza di Ginevra dove, grazie all’intermediazione del Segretario Generale dell’Onu Perez De Cuellar, si incontrano i presidenti delle due parti George Vasiliou e Rauf Denktaş. L’unico accordo che si raggiunse in tale sede fu l’abbandono del Draft Framework Agreement, proposto nel 1986 dall’Onu, che prevedeva la creazione di uno Stato in Cipro indipendente, non allineato, bi-comunitario e diviso in due zone, per ritornare ai c.d. “High Level Agreements” del 1979 . In questa fase, le negoziazioni si bloccarono soprattutto per opposizione della minoranza turca al progetto di adesione dell’isola alla Comunità Europea, proposta dai greco-ciprioti. Nel 1990 la CE accettò la candidatura cipriota, scatenando la reazione di Ankara che firmò un accordo congiunto con la RTCN, istituendo un’unione doganale ed abolendo l’obbligo di passaporto fra i due Stati. Nel 1994 salì la tensione internazionale, dopo che il Consiglio Europeo di Corfù confermò l’inclusione di Cipro nel programma di allargamento della Comunità, e dopo che la Corte Europea di Giustizia impose l’embargo dell’export verso la RTNC e che la Grecia riescì a bloccare il progetto di unione doganale fra Ankara e Nicosia Nord .
Il 2002 sembrò essere l’anno propizio per una riconciliazione: alle due parti venne presentato il cosiddetto piano “Annan” (dal nome del Segretario Generale dell’Onu del momento Kofi Annan), che venne accettato dalle due parti nella versione rivista Annan II e, sempre in quest’anno, si svolse il consiglio Europeo di Copenaghen dove la Turchia sperò di trovare un accordo per accelerare il proprio percorso di adesione all’Unione Europea . Contestualmente, però, non avvenne lo sperato incontro fra i presidenti delle due parti, perché Denktaş si rifiutò di parteciparvi adducendo motivazioni di salute (era reduce di un intervento al cuore); mentre Cipro ottenne che il primo maggio 2004 sarebbe entrata a pieno titolo nell’Ue.
Tra il 2002 ed il 2004 Kofi Annan continuò la sua azione diplomatica, visitando l’isola una volta e facendo incontrare le parti  a New York ed in Svizzera e modificando altre tre volte il piano Annan. Nella sua ultima versione il piano prevedeva la federazione di due Stati in un modello bicamerale, secondo cui ognuno avrebbe mantenuto un proprio parlamento ma una seconda camera congiunta avrebbe trattato le questioni federali. Per rendere operativa tale soluzione, questa sarebbe dovuta essere accettata simultaneamente da entrambe le parti attraverso un referendum, che si svolse il 24 aprile del 2004: la parte greco-cipriota votò per il no al 75,8 % mentre i contrari dall’altra parte furono solo il 35%; il voto finale sancirà la vittoria del no con il 68% di voti .
Nel 2008 arrivarono nuovi segnali di distensione, quando alle elezioni presidenziali della Repubblica di Cipro vinse Dimitris Christofias, a scapito del suo predecessore Papadopoulos, presentandosi come disponibile a riaprire i negoziati per la riunificazione dell’isola; i leader di entrambe le parti si incontrarono il 21 marzo presso la “buffer zone” Onu rilanciando discussioni approfondite a sancendo la nuova era di relazioni più distese, con la decisione di riaprire la strada Leda, chiusa dagli scontri dei ’60 (riaperta ufficialmente in presenza delle autorità di entrambe le parti il 3 aprile) . Si decise di formalizzare incontri regolari di natura tecnica e già a maggio dello stesso anno si erano svolti ben due meeting ufficiali; nel luglio le parti sembrarono addirittura accordarsi sul principio di un singolo Stato con un’unica cittadinanza. Ciò nonostante si presentarono altri due ostacoli al processo di riunificazione: la Turchia bloccò una nave cipriota per l’esplorazione petrolifera nel 2009 (operazione plaudita dal leader turco-cipriota) mentre nel 2010 vinse le elezioni della RTCN il nazionalista Derviş Eroğlu (anche se questo si è recentemente dichiarato favorevole all’opzione stato federale)  .
Nel giugno del 2010 si raggiunse una nuova impasse ed i due leader vennero richiamati dallo special advisor Onu Alexander Downer a decidere sulla riunificazione o meno .

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La Turchia e l’Unione per il Mediterraneo


Come abbiamo visto la Francia, soprattutto dopo l’elezione a presidente di Nicolas Sarkozy, è fra i paesi più contrari al concedere lo status di membro dell’Ue alla Turchia; ciò nonostante, Parigi non esclude che l’Europa debba intrattenere relazioni solide con i paesi a lei prossimi, soprattutto quelli mediterranei. Questa posizione divenne evidente nell’ottobre del 2007, quando il presidente francese nel “discorso di Tangeri”, rilanciò l’idea di una “Unione per il Mediterraneo”, presentata come strumento per dare nuovo slancio alle relazioni fra l’Unione ed i suoi spazi prossimi nell’est e nel sud del Mediterraneo . Nel dicembre dello stesso anno a Roma, José Zapatero, Nicolas Sarkozy e Romano Prodi firmarono un accordo che rimetteva in moto il processo di avvicinamento euro-mediterraneo. Il 13 marzo 2008 il Consiglio Europeo approvò ufficialmente il progetto e cominciarono ad essere intrapresi i lavori preliminari; dal luglio dello stesso anno la presidenza di turno dell’Unione Europea spettò al presidente francese, che si adoperò per un vertice a Parigi il 13 ed il 14 luglio, istituendo così la nascita dell’Unione .
La paternità di tale iniziativa risale al cosiddetto “Processo di Barcellona” quando, nel 1995, i 15 Stati membri dell’Ue ed alcuni paesi mediterranei ipotizzarono la creazione di una zona di libero scambio. Il momento non sembrava però allora essere propizio, con la regione mediorientale surriscaldata (come dimostra l’assassinio di Rabin poche settimane prima ed in seguito lo scoppio della seconda intifada ). Alcuni hanno tacciato la proposta francese come strumento messo in atto per ostacolare il percorso di Ankara alla “full membership”, opinione sicuramente vera in parte, ma che offusca le altre vocazioni di tale progetto .
Nelle parole di Sarkozy la zona di libero scambio dovrebbe permettere di “fare del Mediterraneo il più grande laboratorio al mondo di co-sviluppo […], dove si costruisce e gestisce assieme la libertà di circolazione delle persone, e dove si organizza e si garantisce assieme la sicurezza”. Nel luglio del 2008 questa proposta vide le prime adesioni con il lancio a Parigi del primo incontro dell’Unione per il Mediterraneo (UPM); vi parteciparono i rappresentanti di 43 Stati (i 27 dell’Ue più tutti i paesi mediterranei esclusa la Libia che preferì lo status di osservatore ). La diplomazia francese lo presentò come forum dove tutti i partecipanti hanno ugual peso, e dove la Francia non avrà nessun pregiudizio verso chicchessia, siano anche leader autoritari e/o dittatoriali. Queste premesse si discostarono fortemente dalla linea umanitaria e pro diritti umani, che ha da sempre caratterizzato la presidenza Sarkozy, e diventarono dati di fatto, se si nota la presenza del presidente siriano Bachir El-Assad, persona non gradita in Francia da quando, nel 2004, le relazioni bilaterali con Damasco hanno toccato i minimi storici .
La Turchia vi prende parte come membro a pieno titolo ma, già dal gennaio 2008, il Primo Ministro Erdogan sottolineava che questa non viene considerata come un’alternativa al processo di integrazione alla Ue, impostando una partecipazione turca più osservatrice che partecipativa  . In ogni caso, questa nuova cornice diplomatica venne di certo percepita positivamente da Ankara, che vide prospettive di azione politica di più ampio respiro rispetto a quelle legate alla sola Europa ed al contesto franco-turco. Inoltre, essendo presentata come “un’unione di progetti” con il fine ultimo della cooperazione (e quindi non di una nuova Unione fra Stati) tale iniziativa rassicurava la Turchia di non essere stata relegata in una sorta di Unione di serie B. Per queste ragioni sinora Ankara ha deciso di giocare una strategia di attesa, aspettando le mosse, soprattutto francesi in seno all UPM e degli altri Stati membri. Infatti tale organizzazione non è ancora pienamente strutturata ma anzi vive (o meglio rivive) ogniqualvolta uno degli stati membri lanci una qualche iniziativa ; in linea di principio la Turchia potrà giocare un ruolo strumentale importante, lanciando cooperazioni settoriali nel campo energetico, delle politiche migratorie, di difesa e nella questione israelo-palestinese.
Ritornando alla vexata questio dell’integrazione di Ankara nel club europeo, rimangono da esaminare due punti spinosi dove risiedono le maggiori frizioni fra Unione e Turchia : la questione della Repubblica Turca di Cipro Nord e lo sbilanciamento di potere nelle relazioni commerciali fra Turchia ed Unione Europea.

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