Il Mercato: un Bene Comune?

Ad oggi gli Stati sono dovuti intervenire, volenti o nolenti, all’interno delle rispettive economie, nel tentativo di tamponare quella che viene ormai definita, la più grave crisi dai tempi della Grande Depressione.
Il solo intervento dello Stato però, non prefigura un ritorno alle politiche Keynesiane, la nostra domanda di fondo, ma segna a detta di molti, come lo Stiglitz che arriva a paragonare la caduta di Wall Street a quella del muro di Berlino, la fine di un’era improntata all’antico concetto di capacità auto-regolamentatrice del mercato.
Il venir meno di un approccio ideologizzato alle questioni economiche, è una prima precondizione per chi si auspica un ritorno alle teorie di Keynes; su questo punto sarà necessaria una forte riflessione politica, visto che le forze più rappresentative, sia di sinistra sia di destra, sembravano convergere su molti punti dell’ideologia del laissez faire.
L’assenza di regole nei mercati, è vista ormai dalla stragrande maggioranza degli esperti, come uno dei fattori scatenanti alla base dell’attuale crisi. Le classi dirigenti quindi, dovranno ed ora potranno, visto il mutato clima culturale, sviluppare sistemi di controllo dei meccanismi di mercato, soprattutto nella sfera finanziaria.
Esistono, inoltre, altri elementi che minano un equilibrato sviluppo economico e sui quali lo Stato, rimanendo fedele al dettato di Keynes, può intervenire.
Innanzitutto, si dovrebbe tornare a meccanismi ridistribuivi del reddito nazionale, più equilibrati.
Nel caso italiano, ad esempio, troviamo che il 60% delle famiglie ha un reddito inferiore a quello medio; sempre rimanendo all’Italia, il suo prodotto interno, espresso in termini reali, è cresciuto dal 1992 al 2006 del 16,8%; di questi, solo il 2,2% (pari al 13% sul totale) è stato destinato ai lavoratori, mentre degli altri 14,5 punti (87% sul totale), hanno beneficiato le imprese. Ciò significa, che gli aumenti di produttività del sistema paese, sono andati quasi esclusivamente ai profitti ed alle rendite, comportando una forte compressione salariale e quindi, un progressivo impoverimento delle fasce basse della popolazione, quelle con la più alta propensione al consumo.
Per meglio comprendere le dinamiche ridistributive italiane, riportiamo di seguito alcuni grafici, elaborati sulla base di dati Ocse ed estrapolati dal recente articolo del Perri, a cui rimandiamo per un commento alle statistiche.

Per una lettura confortevole dei grafici con un click sopra l’immagine, questa si aprirà in una nuova finestra.

Nel Grafico 1, è visibile l’aumento della diseguaglianza fra i paesi Ocse a partire dagli anni Settanta, caratterizzata dalla diminuzione della quota di retribuzione del lavoro sul reddito nazionale ed il pronunciato calo di questa in Italia.

Nel Grafico 2, si nota che la quota del reddito nazionale italiana, che si ottiene attraverso il lavoro, è la più bassa tra i paesi che si stanno confrontando.

Nel Grafico 3, è rappresentato l’indice di concentrazione dei redditi, l’indice Gini. L’Italia risulta avere verso la metà degli anni 2000 un alto indice di Gini, inferiore solo a quello degli USA tra i paesi considerati e superiore alla media di 24 paesi dell’OCSE.

Nel Grafico 4, troviamo un confronto fra i redditi mediani ed i redditi medi, dei decili, sia più poveri, sia più ricchi della popolazione. L’Italia sia per il reddito mediano che per il reddito del 10% più povero è l’ultima tra i paesi considerati; sebbene ha redditi minori rispetto alla media OCSE, il reddito del 10% più ricco della popolazione, risulta più alto rispetto alla media OCSE.

Nel Grafico 5, è riportata l’elasticità dei redditi fra generazioni; l’Italia è seconda solo al Regno Unito per immobilismo sociale.

Nel Grafico 6, vediamo l’efficacia ridistributiva dell’intervento pubblico; L’Italia presenta parametri inferiori alla media Ocse, paragonabili a quegli Stati dove non è sviluppato un sistema di welfare.

Sempre rimanendo in un’ottica ridistributiva, altro importante elemento d’azione nelle mani del Governo, è lo strumento fiscale; il nostro paese è gravato da una pressione erariale paragonabile agli altri Stati in zona euro, ma presenta alcune anomalie: alte aliquote sproporzionate al reddito ed una forte evasione fiscale.
Per questo, è urgente un’innovativa politica fiscale, che innalzi la tassazione sulle fasce a maggior reddito, le abbassi ai meno abbienti, ma soprattutto comunichi un rinnovamento culturale della classe dirigente, vista oggi come inefficiente se non addirittura corrotta.
L’azione governativa potrebbe seguire due direttive principali: la lotta all’evasione fiscale ed un tangibile miglioramento, sia in termini qualitativi sia in quelli quantitativi, dei servizi ai cittadini, tali da ricostruire un rapporto fiduciario fra cittadino e Stato così da giustificare la maggior pressione fiscale per i più ricchi.
Altra questione della quale lo Stato dovrebbe interessarsi, è quella del capitale umano; il “grande balzo” cinese, indiano e brasiliano si è fondato, non più sul raggiungimento di obiettivi produttivi del tutto sconnessi dal tessuto economico dei vari paesi (come lo fu quello lanciato da Mao Tse Dong, per sorpassare l’Inghilterra nella produzione di acciaio), ma sull’accumulazione, sia di competenze teoriche che tecnologie, che hanno permesso a questi paesi emergenti di competere con i quelli cosiddetti avanzati.
Stati come la Cina, la Corea del Sud, la Malaysia e Taiwan hanno conosciuto un grande sviluppo delle loro economie, basandosi su due principi: in primo luogo investire pesantemente in istruzione primaria e non ed in ricerca scientifica, in secondo luogo hanno scelto i settori industriali sui quali puntare (hi-tech), anziché lasciare la decisione al solo mercato.
Per l’Italia la questione è pressante, poiché il settore industriale pur favorito dalla politica ridistributiva, come già detto prima, non ha conosciuto un aumento del tasso di investimento, né una crescita in spese destinate all’innovazione e quindi un aumento della propria competitività. Inoltre il settore della ricerca scientifica, pur producendo ottimi ricercatori, è a dir poco sotto-finanziato e mal collegato al settore industriale, che per sua specializzazione si trova a competere con i paesi emergenti.
Per l’Italia quindi, si potrebbe proporre il ricorso alle politiche suggerite da Stiglitz e Greenwald, sulla infant economy: ricorrere a dosi di protezionismo, da limitarsi nel tempo ed ad settori industriali prescelti, per le esternalità positive che questi possono produrre per l’intero sistema paese, si pensi a mo’ di esempio alle innumerevoli ricadute in tutti i settori della società che ha l’innovazione, ma ciò significa quindi, riflettere sul fatto che non sempre i mercati funzionano bene e sulle capacità correttive dello Stato. Tale impostazione presenta però delle limitazioni, visto il nostro appartenere all’Unione Europea, di per sé avversa a meccanismi protezionistici. Inoltre i settori che in questo momento richiedono aiuti dallo Stato sono quelli tradizionali, mentre per un rilancio dell’economia reale sembrano oggi avere più importanza altri comparti, con particolare riferimento alla Ricerca e Sviluppo. Tale campo dal canto suo, richiede forti iniezioni di liquidità che, in Europa, potrebbero essere individuate nell’eccessiva mole di riserve di moneta ed oro, detenute dagli Stati membri e che con l’introduzione dell’euro hanno perduto la loro ragion d’essere; queste riserve quindi potrebbero essere convogliate in un ipotetico fondo sovrano europeo ed essere utilizzate se non direttamente per investimenti produttivi, come loro garanzia.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Economia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...